"Alesso e dintorni", dal puint di Braulins al puint di Avons

"Alesso e dintorni", dal puint di Braulins al puint di Avons

venerdì 9 febbraio 2018

Squadre del Carnico: il Trasaghis

Sul sito www.carnico.it è iniziata la presentazione delle società e delle squadre che prenderanno parte al prossimo Campionato Carnico. Sul Blog verranno riportati via via i profili delle squadre "valdelaghine". Agli sportivi, l'invito a commentare.
-------------------

TRASAGHIS

Paese: TRASAGHIS
Società: A. S. TRASAGHIS
Sede sociale:
Piazza Unità d'Italia




33O10 TRASAGHIS (UD)
Colori sociali: BIANCOVERDE
Campo di gioco:
Comunale "E. Costantini"
Via Campo Sportivo - Trasaghis (Ud)


Dirigenti e consiglieri

Presidente: COSTANTINI Davide
Vice presidente: PICCO Vanni
Segretario: DI MARINO Mario
Consiglieri:
Roncastri Roberto (D.S.), Cecchini Giacomino, Collavizza Claudio, Costantini Daniele, Danelutti Massimo, De Cecco David, Del Cozzo Francesco, Di Santolo Daniele, Di Santolo Maurizio, Di Santolo Oliviero, Ermacora Edoardo, Moriante Maurizio, Picco Tiziano, Pupin Claudio, Romolo Romualdo, Szymanski Vanessa, Toffoletto Claudio, Toffoletto Emanuele, Turani Cristiano 


da: https://www.carnico.it/squadre/societa/trasaghis/identificatore/23

Vedi anche, per la rosa dei giocatori:  https://www.carnico.it/squadre/rosa/trasaghis/identificatore/23

giovedì 8 febbraio 2018

Venerdì a Udine una conferenza sui "saperi" della ricostruzione post terremoto

Venerdi’ 9 febbraio, ore 10 Udine        Sede della Regione Sala Kugy
Conferenza stampa su:
                    Dopo il quarantennale:
    la memoria del terremoto e
    i saperi della ricostruzione        
        non devono spegnersi!
Li mantengono vivi ed attuali il Museo Tiere Motus e il Centro di Documentazione, siti nel palazzo Orgnani Martina di Venzone, grazie al costante impegno dell’Associazione Comuni Terremotati e Sindaci della Ricostruzione del Friuli e dell’Associazione dei Consiglieri regionali

Interverranno:
-        per l’Associazione Comuni terremotati e sindaci della ricostruzione Fabio Di Bernardo presidente, sindaco di Venzone, Franceschino Barazzutti presidente onorario, Ivo Del Negro vicepresidente, Loris Cargnelutti vicepresidente, assessore di Gemona, ex sindaci dell’emergenza e della ricostruzione;

-        per l’Associazione dei Consiglieri regionali Dario Barnaba, presidente.

mercoledì 7 febbraio 2018

Nuovo direttivo per il "Grop Trasagan"

Alla fine di gennaio l'Assemblea dei Soci dell'Associazione Grop Trasagan ha eletto il nuovo Consiglio Direttivo per il triennio 2018/2020, successivamente durante la prima riunione i membri del Consiglio Direttivo hanno nominato:

Lucia Boezio Presidente

Tiziano Picco Vice Presidente

Mario Di Marino Segretario

Luciano Cecchini Consigliere
Orietta Cecchini Consigliere
Roberto Collavizza Consigliere
Gerardo De Colle Consigliere
Primo Ridolfo Consigliere
Federico Toniutti Consigliere



martedì 6 febbraio 2018

Sabato e domenica, a Bordano, aiuta Alice a salvare il paese delle meraviglie!

Sabato e domenica a Bordano un'occasione di festa per i bambini: grazie all'impegno degli scout, un percorso di animazione di carnevale ... per aiutare Alice a salvare il paese delle meraviglie!



lunedì 5 febbraio 2018

Somplago, dubbi sulla efficacia del muro di protezione

Remo Brunetti interviene sul problema della sicurezza del paese di Somplago presentando i dati di una analisi geologica che segnala la non completa efficacia dell'attuale muro di protezione posto a difesa dell'abitato dal pericolo di caduta massi dalla rupe di Cesclans e la necessità di affiancarvi ulteriori opere di protezione.
............... 
No dome un muraion par dâ sigurece ai sompladins e ancje a di chei che a passin pe strade

Somplât e il muraion intune foto di Valter Pillinini
La cuestion dal progjet di une centraline par turbinâ  le aghe di chel rojuç che al ven fûr sot la glesiute di San Cjandi a Somplât ‘e a ripuartade le atenzion no dome su la glesiute ma ancje su chel creton che al sta sore e su lis sôs spacaduris. E alore la memorie a va indaûr fint a la dì da sô inaugurazion fate cul vescul che al dave lis sos benedizions stant ju a Somplât.  I Sompladins difat, si erin inecuarts che lis viertiduris tai crets si erin slargjadis a vevin visât lis autoritâts che, ancje daûr di un studi gjeologjic, a vevin sierade, considerât il pericul, la strade par San Cjandi. Al vignì ancje metût su un semafar, prin da curve a S che al deventave ros, cuant che i sensôrs poiâts sui crets a segnalavin alc. Podopo al è stât fat su il muraion, permetint cussì la ricostruzion des cjasis e da glesie cemût che a erin e dulà che a erin. Dant ancje une sigurece ai sompladins e ancje a di chei che a passin pe strade, che chei cretons, ancje se crevâts a si erin ormai poiâts e no saressin vignûts ju. E ancje se a fossin vignûts ju al sares stât simpri il muraion a fermâju. 
Cualchi setemane indaûr,  sgarfant tai archivis al è vegnût fûr  un studi gjeologjic su la “Rupe di Cesclans” firmât di doi geolics, il glemonas Franco Vaia e la maianese Sonia Tambosco, e vignût fûr tal 1999 su la riviste "Gortania". Un studi che al met in forsit cheste sigurece.
Cjapin par esempli pagjine 23: … La verifica dell’efficacia del muro di protezione è stata condotta prendendo come riferimento un volume mobilizzabile di 4 metri cubi, pari a circa 10 t ed ipotizzando che il muro possa assorbire un energia pari a 850 kjoule.
  Si è visto dalla simulazione che il muro determina l’arresto solo di alcuni dei massi, ed in particolare di quelli che partono da una altezza inferiore e hanno quindi minor velocità. Gli altri blocchi superano il muro sfondandolo. Per raggiungere le condizioni di sicurezza nei confronti di tali masse potenzialmente mobilizzabili si dovrebbe pertanto  adottare un' opera di difesa in grado di assorbire almeno parte dell’energia dei blocchi in movimento verso valle. L’opera considerata nella simulazione è una rete paramassi ad elevato assorbimento, 1750 kj, posta alla quota di circa 240 metri, che può garantire che questi massi non sfondino il muro. 
Il studi al finis cun tun invît:
…Bisogna inoltre riconsiderare l’affidabilità delle opere di difesa attualmente esistenti. Dalle simulazioni è emerso ad esempio che il muro di cemento armato posto a difesa dell’abitato di Somplago non è sufficiente a garantire la totale sicurezza dell’abitato stesso. Si conclude quindi con il sottolineare la necessità di provvedere alla messa in sicurezza del centro abitato di Somplago e delle zone di transito, quale la strada Comunale di Cavazzo Carnico,  perché lo stato di fatto dimostra la inadeguatezza o l’inesistenza di un completo sistema di opere, atte a garantire di fatto la agibilità dei luoghi, riconducendo entro limiti accettabili la naturale pericolosità geologica di questi luoghi, tenendo conte anche dell’elemento sismicità….
Al sares propit impuartant che quest studi al vignis fat cognossi a dute la popolazion, magari picjantlu tes bachechis dal comun,  in biblioteche, e parcè no, ancje tes glesiis e tes ostariis…
                                                                     Remo Brunetti 

domenica 4 febbraio 2018

Trasaghis, il nuovo consiglio della Riserva di Caccia

Riserva di caccia: l'assemblea rinnova i vertici

Si sono svolte in questi giorni le votazioni per il rinnovo degli organi statutari della riserva di caccia di Trasaghis. Al termine della consultazione, Luca Di Giannantonio è stato rieletto per la quarta volta consecutiva direttore di riserva con 57 voti, contro i 14 ottenuti dal suo sfidante Damiano Mamolo: complessivamente, hanno dunque votato 71 soci. Sono inoltre stati eletti a far parte del consiglio direttivo Dante Del Negro, Giacomo Orlando, Michele Bello, Fredi De Cecco Fredi in qualità di consiglieri di maggioranza, e Damiano Mamolo e Dario Collini consiglieri di minoranza. Nel corso delle votazioni sono stati designati a comporre il collegio dei revisori dei conti Adriano Boscarello, Graziano Di Santolo e Giuseppe Brunetti. Il programma quinquennale presentato dal nuovo direttivo guidato dal presidente Luca Di Giannantonio prevede l'avvio di una serie di miglioramenti ambientali sul territorio della vallata all'interno del quale rientra la Riserva, il coinvolgimento di un maggior numero di soci nella gestione della stessa, ma anche l'organizzazione della giornata ecologica e la tradizionale cena sociale. (p.c.)
[dal Messaggero Veneto]

venerdì 2 febbraio 2018

Digitalizzazione e promozione turistica per rilanciare la montagna

Il sindaco di Cavazzo è intervenuto, assieme al collega di Tolmezzo, in qualità di relatore al convegno, svoltosi a Venzone,  “Prospettive per il Friuli territorio, identità e sviluppo”, organizzato dal Consiglio regionale. 
--------------------- 
È stato un momento di riflessione che ha gettato le basi per un’analisi più ampia. (...)
Giannino Padovan, ex sindacalista, consigliere regionale e consulente d’azienda, ha iniziato dicendo che «per stare al passo con le trasformazioni intervenute nell’economia e nella società, la specialità del Friuli Venezia Giulia va aggiornata. Il progetto richiede nuove idee, capacità di proposta e strumenti di governo del territorio». E ancora: «Che cosa sono il porto di Trieste e Fincantieri se non l’identità dell’area giuliana che sta prendendo il volo?». Dati alla mano, Padovan ha invitato amministratori e cittadini a recuperare lo spirito della ricostruzione post terremoto per vincere le sfide che la globalizzazione e l’inevitabile sviluppo di Trieste ci pongono. Anche perché, sono sempre le parole di Padovan, «con la nascita delle Uti che hanno compiti di promozione dello sviluppo c’è la possibilità di costituire un’autorità territoriale, ma anche di elaborare progetti di valenza nazionale rivolti al Paese sul terreno del governo del territorio nell’ambito di Casa-Italia».

I sindaci di Tolmezzo e Cavazzo, Francesco Brollo e Gianni Borghi, invece, non hanno dimenticato di rilanciare le ricette che finora hanno trovato pochi riscontri rispetto alle esigenze di chi vive e lavora in montagna. Hanno sottolineato l’importanza dei modelli d’istruzione capaci di rispondere alle esigenze del territorio, delle autostrade digitali e della promozione turistica. E se Roberto Siagri, il leader del gruppo Eurotech, riproponendo l’idea del «digitale agevolato», ha invitato a collaborare con Trieste perché l’onda lunga dello sviluppo del porto arriverà fino in Friuli, il presidente del Consiglio regionale, Franco Iacop, ha ricordato che «i contributi ci sono, forse manca una visione unitaria. Non può essere solo la Regione a investire nelle filiere corte, serve l’imprenditorialità che arriva dal territorio».

(Dal Messaggero Veneto del 1° febbraio 2018)

giovedì 1 febbraio 2018

Val del Lago sul Web: alla scoperta del Monte Festa

Il sito "Gite a nord est" dedica un ampio articolo, con belle immagini, al forte di Monte Festa:

FORTEZZA CON VISTA..

Nell’ autunno del 1917, dopo la disfatta di Caporetto, mentre le truppe Italiane ripiegavano oltre il Piave, i soldati a presidio del Forte di Monte Festa, a nord del Lago di Cavazzo ( detto anche lago dei Tre Comuni ) resistettero ad oltranza, rallentando eroicamente l’ avanzata delle truppe Austro-Ungariche fino a quando, praticamente rimasti senza viveri e munizioni, e circondati dalle truppe nemiche, dovettero ritirarsi .
Per visitare il forte esistono alcune strade e sentieri che permettono di raggiungere la cima. Noi consigliamo di imboccare la strada che porta al Monte S.Simeone ( che fu l’ epicentro del tragico terremoto del 1976) raggiungibile dalla sella tra Bordano ed Interneppo ( il primo famoso per la casa delle farfalle ed entrambi con i muri delle case decorati da artistici murales). 
Quasi subito scorgerete il bivio a sinistra per il Monte Festa e un po’ di spazio per parcheggiare ( non dimenticate acqua ed una pila) .                                                  
Siamo a circa 350mt. e dovremo salire di oltre 700 metri lungo una strada sterrata lunga oltre 8 km.   
 Il percorso e’ affrontabile a piedi (esiste anche un sentiero che taglia i tornanti per chi ha fretta e gambe) oppure in mountain bike, e’ molto panoramico ma va fatta un’ po di attenzione se si hanno bambini a causa di alcune parti a strapiombo non protette.
Tutta la salita, sebbene con molti tornanti,  lunga e a tratti faticosa e’ in posizione soleggiata e con una splendida vista sul lago che si rimpicciolisce man mano ci si avvicina alla vetta.
Lungo il cammino troverete un belvedere con l’ indicazione direzionale dei luoghi osservabili e piu’ in alto una fontanella .
Poco prima di arrivare in cima, a quota 980mt la strada si apre in una radura con i resti di alcune casermette, magazzini e alloggi, mentre proseguendo si arriva dietro alla prima batteria corazzata del forte . 
Tutta la fortezza edificata quasi interamente in calcestruzzo e’ liberamente visitabile ( alcune parti semi-crollate a proprio rischio e pericolo) , vi sono i resti delle batterie di cannoni, cunicoli, gallerie, i vecchi montacarichi per le munizioni ed i relativi depositi. Dalla spianata sommitale a 1065mt la vista spazia libera in quasi tutte le direzioni.
E’ infatti possibile osservare il fiume Tagliamento ,Tolmezzo e la Carnia in direzione nord-ovest , la Valcanale ed il Fella in direzione nord-est ed il Lago di Cavazzo verso sud.
Alcuni link di approfondimento e le altre foto:





Per vedere tutte le foto dell'articolo:
https://giteanordest.wordpress.com/2018/01/27/fortezza-con-vista/ 

mercoledì 31 gennaio 2018

Lago, un promemoria e un invito per i Consiglieri regionali (II)

Anche l'ultimo numero del settimanale "La vita cattolica" (il n. 4 del 24 gennaio) si è occupato della conferenza stampa organizzata dai Comitati il 19 gennaio con la proposta, indirizzata ai consiglieri regionali, di avviare le procedure per indire un concorso internazionale per definire le possibilità di realizzazione di un by-pass capace di      evitare al lago lo scarico delle acque fredde e fangose della centrale di Somplago (proposta che poi si è concretizzata con l'approvazione bi-partisan di un ordine del giorno in tal senso).


martedì 30 gennaio 2018

Obiettivo su Bordano & Interneppo - 5 - Ciliegi bordanesi

Generalità, frammenti e aneddoti sullo storico 
albero da frutto di Bordano: il ciliegio


Dal frutto dolce e succoso, la sua fioritura è uno spettacolo ad ogni primavera, se ne ricavano marmellate, liquori e persino cioccolatini: sto parlando dell’albero del ciliegio e della sua drupa, uno dei frutti nostrani più buoni. La sua presenza a Bordano non era affatto secondaria, ed anzi ci sono diversi indizi che confermano che questa pianta è stata oggetto in passato di molte attenzioni. In questo caso però non si è trattata di una ricerca sovrabbondante di riferimenti e devo ammettere che un po’ ho arrancato nel scovare qualcosa di specifico sulle ciliegie e l’albero di ciliegio in territorio di Bordano. Ma giustamente, prima di addentrarsi in testimonianze e precisazioni, bisogna almeno avere chiare le generalità di una pianta che, come tutte quelle oggetto di coltivazione, non si presenta come unica e immutata ma soggetta alla selezione e quindi alla coesistenza di diverse sue varietà agronomiche, ossia cultivar. La specie è il Prunus Avium, ossia il ciliegio selvatico, ceriesâr o cjariesâr in friulano (più simile all’inglese “cherry” che all’italiano “ciliegia” se ci pensate), derivante direttamente dal latino cerasus. Pianta dalla notevole adattabilità ecologica se pensiamo che sopravvive tranquillamente all’interno di un largo range di temperature, precipitazioni e suoli, anche se predilige le posizioni esposte, per via della sua termofilia ed eliofilia, e quelle in cui il suolo risulta profondo e ben drenato. In ambito montano quindi lo si incontra in particolare verso i fondovalle, anche se potrebbe passare inosservato vista l’incapacità di formare consorzi di conspecifici. La sua distribuzione quindi risulta frammentaria e incostante. La sua plasticità ecologica è dovuta anche a secoli e millenni di influenza antropica, che ha persino fatto perdere di vista la sua regione di origine, che si pensa possa essere il Ponto (regione storica della penisola anatolica che dà sul Mar Nero), ma la sua presenza certa già dopo le glaciazioni ne fa una specie assolutamente indigena. Il suo legno inoltre è particolarmente apprezzato, ma non è nel legno che bisogna cercare per capire il suo successo passato in Friuli e anche a Bordano. Se non era il legno, cosa mai sarà stato? Beh, forse già il fatto che su oltre 500 toponimi friulani derivati da nomi di alberi da frutto ve ne siano una cinquantina legati al ciliegio, e che sicuramente l’uomo si cibò di ciliegie selvatiche fin da epoche preistoriche (come risulterebbe dal ritrovamento di noccioli presso siti palafitticoli sulle sponde meridionali del Lago di Garda), ci danno già un’idea poco soggetta a dubbi. Il caso toponomastico più famoso da noi è forse quello di Ceresetto, borgo in Comune di Martignacco e alle porte di Udine, ma probabilmente anche Ciseriis, paesino a nord di Tarcento lungo il Torre (e per quest’ultimo capirete ben dopo come mai). Ma leggiamo un attimo queste interessanti noticine di un articolo del 1942 dell’almanacco storico friulano “Avanti cul brun!”, in cui sono presentati i principali e più apprezzati prodotti enogastronomici del Friuli. L’autore non è certo ma potrebbe essere stato lo scrittore tarcentino Chino Ermacora (1894 – 1957), che ebbe il merito di diffondere la conoscenza sulla terra friulana anche grazie alla rivista “La Panarie”, da lui fondata. All’epoca di questo articolo non esisteva certo ancora la morbosa pubblicità dei prodotti alimentari né di una concezione sofisticata di cucina, al contrario l’esigenza primaria era ancora quella del poter disporre dei giusti alimenti per tirare a campare. La descrizione dunque è priva di quella retorica manipolatrice del prodotto tipico, che oggi invece dilaga. “Le ciliegie e le susine del Collio hanno conquistato i mercati della media Europa”; per Tarcento si dice invece: “Ciliegie durissime rosso scure di larga esportazione, si conservano nello spirito e si distillano, ritraendone un liquore squisito”. Dunque abbiamo due aree principali in Friuli per il mercato “ceresario”, se così si può dire: il Collio e il Tarcentino. Nel Goriziano la frutticoltura era praticata intensamente tra le due guerre mondiali, quindi circa nel periodo di riferimento dell’articolo del presunto Ermacora, e in particolare si citano il Collio e la Valle del Vipacco come aree più vocate. In questa parte di Friuli Storico erano proprio le ciliegie il principale prodotto della frutticoltura: importanti i cultivar Primaticcia di Ranziano e Goriziana Precoce. Davvero notevole, ma non siamo proprio vicino Bordano; spostiamoci dunque più verso le nostre parti e quindi verso le nostre economie. Secondo De Polo, 1886, nelle colline attorno a Tarcento ed Attimis si coltivava “con molto profitto” il ciliegio del cultivar Duracina di Tarcento. Già in  quei decenni non doveva essere un’attività di interesse solo locale se pensiamo che all’epoca venivano esportate anche in Austria, Baviera, Sassonia e persino Russia. Ci serviremo un attimo di questo riferimento territoriale parallelo, Tarcento, o meglio, alcune borgate a nord della cittadina, per gettare un ponte con la realtà delle ciliegie di Bordano. Ma qui di noi spopolava la Duracina o c’era un’altra varietà? Ci corre in aiuto la sapienza e la cultura di un anziano agricoltore di Sammardenchia (minuscolo borgo delle colline a nord di Tarcento, da non confondere col paese vicino Pozzuolo), Attilio Vidoni. Egli ci dice che oltre alla varietà primigenia, quella selvatica, dalle piccolissime dimensioni e dal sapore amarognolo, vi erano tre varietà: la Cassia, la Beliciza e la Duracina. Queste ultime erano le più ricercate per il mercato in quanto, come dice il nome, duravano di più e quindi erano anche più costose; la seconda era ad uso alimentare famigliare perché marciva facilmente, e infine la prima era anch’essa di qualità ma comunque sempre soggetta a marcescenza dopo le piogge. La Cassia inoltre aveva la particolarità di maturare 10 giorni prima delle altre. Secondo mio padre Oscar era proprio questa la varietà che era stata introdotta nella piana di Bordano, e, forse proprio perché precoce nella maturazione, era meno soggetta ad attacchi di insetti, visto che sempre mio padre riferisce che tendeva a non avere il verme. La descrive come piccola, dolce, dal noccio a sua volta ridotto e di un rosso molto scuro, quasi nero, sia nella buccia che nella polpa. 
Così si presentava la piana di Bordano (qua in immagine in realtà c’è solo la parte centrale e meridionale) negli anni dopo il terremoto, ancora ordinata e pulita e in cui la principale porzione arborea è data dalla vegetazione ripariale. In questo contesto di campagna coltivata (oggi sappiamo che la situazione è ben diversa) il ciliegio trovava un buon terreno grazie a un substrato di materiale alluvionale. (foto presa dal libro di Costantini, vedi fonti)
Personalmente rammenta che già quando era piccolo, quindi anni ’50-‘60, la coltura stava andando in disuso, mentre dai racconti di famiglia ha potuto dedurre che questo piccolo frutto rivestisse ruoli di economia famigliare non secondari se sua nonna Maria Picco si recava casa per caso fino a Venzone e Gemona per venderle e quindi ricavare un po’ denaro, che non era certo mai da disdegnare nei periodi più o meno miseri della nostra storia neanche tanto lontana. Questi aspetti sono confermati da Enos Costantini, che parla di una secolare tradizione di coltivazione e di come la vendita delle ciliegie fosse un tempo “una delle poche occasioni” che si presentavano per arrotondare le magre finanze interne alla famiglia. Circa l’abbandono della coltura, anche in questo caso le informazioni vanno praticamente a coincidere, dato che Costantini parla, nel suo libro dell’87, di un paio di decenni in cui il ciliegio non era più al centro di attività agricole. Ma se la varietà pura, selvatica, già allora come oggi cresce spontanea soprattutto nelle pendici esposte al sole, quindi nel nostro caso quelle meridionali del San Simeone, la Cassia si coltivava in campagna e quindi appena fuori il centro abitato, per esempio nei Plans, a sud del paese, e in Naréit, a nord-est. Ricordiamo come il bosco a disposizione della popolazione un tempo fosse costituito quasi essenzialmente da specie ceduate per il consumo famigliare di legname, e che comunque non conveniva a nessuno andare a piantare alberi da frutto sulle pendici quando vi era a disposizione tutta la piana di Bordano. A livello di suolo inoltre non c’erano particolari criticità nella piana, anzi per la natura ghiaiosa e quindi assai porosa del substrato il drenaggio era assicurato e quindi anche una sufficiente crescita del ciliegio. Prendendo ancora spunto dall’ambito famigliare, in un appezzamento dei Plans, precisamente in località Plan dai Cjasâi, dei ciliegi sono stati piantati probabilmente da Giovanni Colomba, zio di mio padre, attorno agli anni ’40, dato che quest’ultimo da bambino se li ricorda ancora piccoli. Un’operazione che sarebbe anche potuta avvenire a Interneppo, che però ritrovava nel pero il suo principale albero da frutto. E qua ci allacciamo alla toponomastica. Per quanto infatti possa sembrare strano, con un territorio comunale che seppur ridotto ha nel suo patrimonio centinaia di toponimi, soltanto due di questi si riferiscono a piante arboree di uso agrario: Lì da Piruçárie e Cereséit. Se la ciliegia era il frutto di Bordano, la pera lo era per Interneppo. In questo caso Costantini si limita a dire che la località di Lì da Piruçárie fosse dietro la Chiesa di Interneppo e che l’albero di pero fosse presente in loco per la tradizionale coltivazione. La mela era evidentemente di scarsa importanza se non ha lasciato riferimenti geografici, anche se, per esempio, compare come “2 melari” nell’elenco degli alberi da frutto presenti in un prato in località Sore il Clap, superiormente Naréit e alle più basse pendici del San Simeone, elenco redatto il 28 febbraio 1766 dal perito venzonese Carlo Massenio. Ironia della sorte, in quello stesso elenco non figura neanche un solo albero di ciliegio. Per Cereséit invece la questione è più intrigante e stimola ipotesi ragionevoli. Nel Nuovo Catasto è riportato come Crets Ceresêt ed è sopra il Prât di Aroni, in una località abbastanza isolata del San Simeone e tra l’altro non “ai piani bassi”, per così dire, del monte. Risalendo il Rio Costa si incrocia a un certo punto la strada forestale che parte dalla ex Strada Militare del San Simeone presso gli Stavoli Vieres e raggiunge, poco dopo il rio, gli Stavoli Trions; ecco, nel quadrante nord-est dato dall’incontro rio-strada c’è il Prât di Aroni, subito sovrastato da un cret, quello del Cereséit. Siamo a quota circa 700 m slm. Altitudinalmente siamo esattamente a metà strada tra la Sella di Interneppo e la Val di Sot in San Simeone. 
Nella cartina dell’Istituto Geografico Militare del ’62 si riesce bene a inquadrare la località di Cereséit. Prendete il trapezio bianco che ha come lato sud un tratto della strada forestale che va dagli Stavoli Vieris a quelli Trions e come lato ovest la sponda del Rio Costa; quel trapezio è il Prât di Aroni. Subito a nord notate un cret; lì sopra stavano i famosi ciliegi. Il Prât è in bianco perché all’epoca non ancora boscato, era proprio un prato. Esattamente dove c’è il numero 362 sta il Fran di Cjavaç.
Come è possibile che ci sia un riferimento in piena montagna di una pianta che, come abbiamo detto, veniva coltivata giù in pianura o comunque alle pendici? In realtà non c’è niente di astruso in quanto, come ci ricorda anche Costantini, i toponimi hanno senso di esistere solo se connotanti un particolare aspetto che è peculiare di quella zona, magari anche di altre ma non nelle immediate vicinanze. Ecco perché scegliere di chiamare Cereséit una località nella piana di Bordano non avrebbe avuto senso per via della presenza del ciliegio anche in molte altre località della stessa piana. È dunque ragionevole pensare che i ciliegi di Cereséit fossero della forma selvatica e che fossero in numero tale da indurre qualcuno secoli fa ad attribuire questo nome a quella precisa località. 
La caratteristica corteccia del Prunus avium (ciliegio); questa una delle piante censite in Fran di Cjavaç nell’aprile dello scorso anno. (foto di Enrico Rossi)
Non mi dilungherò in considerazioni in relazione ai progetti di recupero della coltivazione del ciliegio a Bordano, auspicati tra l’altro da Costantini, perché preferisco concludere il disegno storico di questo albero che più di tanto non ha lasciato indizi, ma proprio a tal proposito mi sento di riportare un aggancio interessante col presente. Se una sola località in tutto il Comune di Bordano è stata designata tradizionalmente come territorio di ciliegi (selvatici), e se questa località si colloca nell’ambito del bacino del Rio Costa (che, lo ricordiamo, poi scende giù fino a Interneppo e dà origine alla sorgente di Pile, vedi articolo sulla Fontana di Selve), è possibile scientificamente trovare conferma oggi della predisposizione di questa area del San Simeone ad ospitare ciliegi, magari senza necessariamente andare a rischiare in una zona così difficile come quella del cret? Beh, il 24 aprile 2017 il sottoscritto, mio padre Oscar ed Ermanno Rossi abbiamo effettuato un’area di saggio di 600 m quadrati in località Fran di Cjavaç, in realtà non per studiare il ciliegio ma per altri scopi. Per chi non ha presente la posizione, può andare a consultare o il libro di Costantini sulla toponomastica comunale o il mio articolo sulla pecora a Bordano. 
Oscar Rossi mentre effettua delle misurazioni nella stessa località, durante le operazioni dell’area di saggio. Sulla sinistra si nota proprio uno dei 12 ciliegi individuati. Potete anche capire come il bosco del Fran di Cjavaç sia giovane e quindi disordinato, nonché relativamente difficile da percorrere in certi tratti. (foto di Enrico Rossi)
Fatto sta che siamo sempre nel bacino del Rio Costa, a quote più basse (circa 400 m slm), ed è risultato che su 119 piante arboree censite 12 erano di ciliegio, quindi un buon 10%. Sicuramente ci sono altri siti che lo ospitano ma i nostri antenati devono ancora una volta aver visto giusto se generazioni di ciliegi si susseguono relativamente numerose in questo minuscolo bacino del San Simeone. Questo, così come gli altri alberi, da sostentatori dell’economia e in primis della sopravvivenza locale possono anche essere protagonisti di gravi incidenti sul lavoro, anche mortali. Una volta non erano rari i casi di infortuni in cui degli sfortunati bordanesi e interneppani, spesso molto giovani, rimanevano feriti o anche uccisi dalla caduta di tronchi e rami o per essere precipitati da un albero, anche se avvenivano perlopiù nei boschi questi incidenti. Una di queste cadute fatali coinvolse una mia trisnonna, la madre di Maria Picco (già citata sopra nel testo), tale Elisabetta Colomba, che morì cadendo proprio da un ciliegio nel 1915, quasi certamente all'interno di un qualche frutteto della piana di Bordano. Questa pianta insomma, così come ogni elemento della vita quotidiana di Bordano, ha accompagnato, nel bene e nel male, nelle colture di campagna e nei boschi più o meno accessibili delle nostre montagne, lo scorrere dell’esistenza di questo paesino che ha visto dire praticamente addio non solo al suo animale simbolo, la pecora, ma anche al suo piccolo ma dolce frutto rosso.

                                                                   Enrico Rossi
Fonti principali:

Libro “Bordan e Tarnep: nons di lûc”, Enos Costantini, 1987
Periodico “San Simeone”, dicembre 1989

Testimonianze orali di Oscar Rossi