"Alesso e dintorni", dal puint di Braulins al puint di Avons

"Alesso e dintorni", dal puint di Braulins al puint di Avons

martedì 19 giugno 2018

Braulins, la processione di Sant'Antonio

Negli ultimi anni ha preso particolare importanza, a Braulins, la processione di Sant'Antonio di metà giugno, con la collaborazione offerta alla Parrocchia dall'Associazione "Noi di Braulins" ed il patrocinio offerto dalla Amministrazione comunale.
Dalla pagina fb della Associazione, alcune immagini che documentano il passaggio della processione con la statua del Santo per le vie del paese:








lunedì 18 giugno 2018

Riaperto il Centro Visite dell'Ecomuseo sul Lago


E' aperto  al pubblico il Centro Visite del Parco Botanico di Interneppo, l’apertura avrà luogo dal 2 giugno fino al 16 settembre, nei fine settimana e festivi. Gli orari saranno gli stessi, cioè: 9.30 – 12-30 / 15-30 – 18.30; l’ingresso è libero
Come sempre è possibile accedere al Centro anche durante la settimana mediante la prenotazione delle visite. I modelli della richiesta sono scaricabili dal sito alla pagina “Documenti”. La richiesta va inoltrata all’Ecomuseo della Val del Lago e la visita concordata con il referente del Centro, Nanni Stefanutti (Auser Alto Friuli), il cui recapito telefonico è il 3477785170. La richiesta va presentata soprattutto per avere diritto alla copertura assicurativa.
Quest’anno nel Centro sono presenti le seguenti esposizioni permanenti: “Il lago, il pesce, la pesca”, esposizione di antica attrezzatura da pesca; “Si fa presto a dire sasso…”, esposizione di ciottoli provenienti dal Tagliamento e da torrenti locali; “Una casa per loro”, una completa esposizione di nidi di avifauna locale. Sarà presente anche un’esposizione di minerali, mostra stagionale realizzata grazie alla disponibilità di una collezione privata.
L’apertura periodica del Centro è resa possibile grazie alla collaborazione con l’Associazione di Volontariato Auser Alto Friuli (attiva già dal 2005) che ha in cogestione il Centro visite ed il Parco botanico. Per la gestione del Parco ci si avvale anche della preziosa collaborazione dell’Associazione ANA – Sezione di Gemona e Gruppo di Interneppo.

(rid. e adat. da: http://www.ecomuseovaldellago.it/apertura-stagionale-del-centro-visite-del-parco-botanico-di-interneppo-2/)


sabato 16 giugno 2018

Fruts a Cjavaç .... agli inizi del Novecento

Laura Matelda Puppini ha pubblicato sul sito "Non solo Carnia" (http://www.nonsolocarnia.info/anna-squecco-plozzer-fruts-a-cjavac-bambini-a-cavazzo-carnico/) la trascrizione di una interessante intervista fatta negli anni '80 alla nonna sulla condizione dell'infanzia nella Cavazzo del primo Novecento.
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Anna Squecco Plozzer. Fruts a Cjavaç. (Bambini a Cavazzo Carnico).



Questa intervista ad Anna Squecco Plozzer è stata fatta, presumibilmente, perché purtroppo, in mille faccende affaccendata, non ho segnato allora la data esatta, nel 1981 o 1982. Era presente anche mia madre, la dott. Maria Adriana Plozzer, e pure lei è intervenuta. Avevo chiesto a mia nonna di raccontarmi come si viveva da bambini a Cavazzo Carnico, ed ella così mi ha narrato.

Come vestivano i bambini un tempo.
«Un tempo fasciavano i neonati. Mettevano il pannolino di tela, e poi prendevano una fascia e li avvolgevano dalla cinta ingiù, e sopra mettevano loro una camicina. Quando erano più grandicelli, vestivano con un grembiule fatto di cotone. Poi mi rammento di aver visto i maschietti con i pantaloncini corti, e con un pezzo di camicia lasciata fuori dietro, dove i pantaloncini erano aperti perché potessero fare i bisogni. Le femminucce, invece, avevano la sottana, ma stavano senza le mutande. E non mettevano magliette di lana sotto, sulla pelle, e mi ricordo che a me ne hanno messe un paio in valigia solo quando sono andata in collegio. Noi si aveva un vestito e un grembiule, i maschi una camicia e i pantaloni … E ai piedi avevamo tutti le ‘dalbide’ (specie di scarpe fatte con il legno) o gli zoccoli, che avevano la suola di legno e la parte superiore in cuoio. Ma si stava caldi, sai, con gli zoccoli!!!
Portavamo anche delle calze fatte in casa, d’inverno di lana e in primavera di cotone, e d’estate si andava anche scalzi o con gli scarpetti (1) ai piedi. E d’inverno tutti i bambini avevano la sciarpa ed il berretto, mentre le bimbe portavano il fazzoletto.  Le donne, per ripararsi dal freddo, usavano gli scialli, mentre ai bimbi venivano messi maglie e maglioni, ed ai maschi più grandicelli forse una giacchetta. E credo che tua bisnonna Laura non abbia mai indossato un cappotto, se non quando è morta! Noi bambine invece, avevamo la camicia, una sottoveste, il vestito ed il grembiule di cotone, ma teneva più il cotone della lana, il fazzoletto ed una sciarpa più o meno larga. 

Tutti i bimbi andavano a scuola, ma facevano anche dei lavoretti.
Tutti i bimbi andavano a scuola, ed anche quelli che facevano fatica ad imparare, frequentavano finchè potevano. Ma aiutavano anche la famiglia. Per esempio non c’era allora l’acqua in casa, ed i bambini più grandicelli prendevano i secchi ed andavano a prenderla alla fontana, e poi la portavano sia in casa sia per abbeverare le mucche. Inoltre i bambini andavano a fare la spesa, scopavano le stanze e lavavano i piatti, a cominciare dai 5- 6 anni. I genitori volevano che si imparasse a fare tutti i lavori domestici. Però quando i bambini imparavano a fare qualcosa, succedeva che poi gli adulti dovessero rifare tutto, ma, piano piano, apprendevano.
Inoltre non avevamo acqua calda corrente, allora, e, per lavare i piatti, compito affidato anche ai bambini, si metteva quella scaldata sullo ‘spolert’ in un catino, ma non poteva essere però troppo calda, perché ci si poteva scottare. E ci davano uno scopettino, e con quello passavamo i piatti, e poi li mettevamo in mucchio sopra l’acquaio, e quindi li passavamo sempre con la stessa acqua ed infine li mettevamo a sgocciolare.
Ed i bambini, quando era tempo di scuola andavano a scuola, ed altrimenti andavano in campagna, ad aiutare a tirar vicino il fieno e andavano ad agosto nel campo a togliere l’erba nel granoturco e nelle patate. Insomma facevano dei lavoretti adatti a loro. E quando era la stagione dei lamponi, andavano a raccoglierli in compagnia degli adulti, ma talvolta erano più di danno che di utile, mentre potevano prendere bacche o fiori per gioco. 
Inoltre noi a Cavazzo avevamo la montagna lontana, e così, già grandicelle, andavamo con i nostri genitori sotto il Piciàt (del Faeit ndr), ed in Forchia, appena tagliato il bosco, a raccogliere mirtilli e lamponi. Invece da San Rocco in poi andavamo a raccogliere nocciole, non noci, perché i noci si trovavano negli orti.
Ed in primavera tutti i bambini, il giovedì che era giornata di libertà dalla scuola, andavano a fare vimini, e poi li spellavano e, dopo tolta la corteccia, li segavano. E questa raccolta era affidata quasi esclusivamente a loro. Ed a San Rocco venivano su artigiani da Osoppo, che li utilizzavano per fare cesti, e i bimbi li vendevano, per comprarsi, con il ricavato, ciambelle o qualcosa di utile. Invece far legna nei grandi boschi era compito degli adulti, e se portavano un bambino con loro non era certo per farlo lavorare, ma per dargli qualche legnetto. Era compito dei bimbi, poi, andare a portare il latte in latteria, od a prenderlo se la famiglia non aveva mucche,

L’ impegno nell’ allevamento dei bachi da seta anche nelle scuole, e l’uccellagione.
In alcune case e nelle scuole, poi, allevavano i bachi da seta. I grandi andavano a tagliare in campagna i rami del gelso e li portavano a casa, e poi i bambini dovevano togliere tutte le more, che ovviamente non erano ancora mature, perché dicevano che non si poteva assolutamente mettere ai bachi un ramo con le more. Inoltre quando i bachi erano piccoli, ed il ramo grande, i bambini rompevano un pezzetto del ramo stesso.
I più grandicelli andavano, poi, anche ad uccellare con gli archetti. Questi erano formati da un ramo di noce, che veniva piegato un poco alla volta, e quindi legavano uno spago facendo un laccio. E facevano in modo che l’uccellino ci andasse sopra, e quindi restasse impigliato con le zampette. Se andassero a caccia di ghiri o costruissero trappole per allodole non lo so, perché eravamo due bambine e non eravamo in contatto con i maschi.

Vita di bimbi.
Questo anche mi ricordo di Cavazzo. Quando il norcino, che andava ad uccidere il maiale, incontrava per strada un bambino, gli diceva per spaventarlo: “Scjampe di corse a cjase, se no i tiri fur il curtiŝ, e i fas svisc… svisc… “E noi via, come fulmini!  Prendevamo una paura! Ma non faceva mica niente a nessuno!
E quando bambini stavano via più del solito, ed i genitori non sapevano dov’erano, li apostrofavano dicendo:«Là che tu seis stat in zingaròn?» E se i bambini cercavano di ascoltare i discorsi dei grandi, dicevano: “Va fur! Ce astu di sta a ascoltâ?”
I bambini rispettavano molto gli adulti, ed era proprio raro che facessero scherzi ad un adulto. Io mi ricordo una volta, che era il primo aprile, ed io e mia sorella abbiamo pensato di andare da Catina dal Muini, e di “ ‘fale lâ in avrîl’ (modo di dire che sta per farle uno scherzo per il primo aprile ndr) “dato che iei a dis che nissun a rive a fale lâ in avrîl. (dato che dice che nessuno riesce a farle uno scherzo per il primo aprile). Ma nou i la fasìn lâ. Ma cemut fasino? (Ma noi le faremo uno scherzo. Ma come?)” E allora mia sorella è andata da Catina e le ha detto: “Catina! Ha dit me mari che vignis vie un moment, ca à bisugne di cjacaravi un pouc! (Catina, mi ha detto mia madre che veniate da noi un attimo, perché ha bisogno di parlarvi”. E Catina: “Orpo, ce ca à? Migo alc di mâl? (Cos’ha? Mica sta male o è successo qualcosa?)” E così Catina è andata da Laura, nostra madre, e le ha chiesto cosa fosse successo. Ma nostra madre le ha risposto che non l’aveva mandata a chiamare. Allora Catina ha capito e ha detto: “Mostras di frutas! A mi la àn fata lôr”.  Naturalmente mia madre, ben si intende, ci ha sgridate perché non si scherza con i vecchi».

In cimitero a pregare e curare le tombe, a scuola ad imparare a cucire.
Anna: «Noi bambini si andava in cimitero, non solo ai Santi, ma anche ogni volta che ci si trovava nei paraggi».
Maria Adriana: «Tutto l’anno si andava in cimitero.  Anche quando ero bambina, si andava, io e Silvia, a riordinare la tomba di nonno Tita, che si trovava nel cimitero vecchio, vicino alla chiesa. Allora i cimiteri si trovavano vicino alle chiese, e, prima o dopo la Messa, si andava a riordinare le tombe».
Anna: «Noi bambini andavamo a Messa da soli, perché prima della Messa c’era la dottrina. E qualcuno poteva arrivare in ritardo, ma in genere erano i maschi: noi femmine avevamo più paura.
Noi bambine imparavamo da piccole a cucire. Intanto quando si andava a scuola c’era, una volta alla settimana, l’ora del cucito. Quando eravamo piccole, in prima elementare, la maestra ci insegnava a fare il legaccio, quando eravamo in seconda, invece, si portava a scuola un pezzo di tela, di lenzuolo grosso, di quelli tessuti a mano, e ci insegnava a fare delle greche e gli alfabeti in diversi modi, ed alla fine si scriveva in fondo, sempre con le lettere a punto in croce: “lavoro eseguito da …”».
Maria Adriana: «Anche quando frequentavo le elementari io c’era l’ora di cucito, e mi ricordo che in terza elementare ho fatto l’esame di cucito, che ho superato a stento, perché non ero brava in disegno e cucito. E la realizzazione della camicia a punto macchina, diritto, ma fatto a mano, in quinta elementare, l’ha terminata tua nonna Anna, perché io non riuscivo a finirla». E aggiunge che era lodevole in italiano, aritmetica, storia, geografia, ma solo sufficiente in cucito.
Anna: «E quando eri piccola tu, Maria, le camicie si facevano con i bottoni sulle spalle, mentre quando andavo a scuola io, si faceva lo sprone, ed in alcune parti si dovevano fare i punti molto piccoli, e se i punti erano troppo lunghi, la maestra ce li faceva disfare, e giù lacrimoni! E poi facevamo camicie lunghe e con le maniche, e non era semplice. E l’orlo in fondo doveva essere perfetto, e se non lo era: disfa e rifai!»

Fra filastrocche, bambole, e “Cumò a rive la muart”.
Poi, alla domanda di Laura, se ci fossero filastrocche particolari che si raccontavano nelle sere d’inverno, Anna dice che c’era solo ‘La conta’, che era una filastrocca senza senso, e la recita: «Santa stricca di piticca, di pitocca, carabulla, asinella, buona vita porachella».  «Era una conta, con cui si giocava, mettendo i piedi in un certo modo, e così si usava fare anche con: “An dan dè, si se male pè, si se male pu, an dan du” (2). Alla fine della conta si riportava i piedi alla posizione iniziale, di corsa. Ma c’erano sicuramente altre filastrocche, solo che non le ricordo. Per quanto riguarda i giochi, giocavamo a “Girotondo”, a “È cotto il pane, sì anche bruciato …”, e si giocava con i sassetti.
Le bambine, poi, giocavano con le bambole, che venivano fatte con la stoffa non nuova, in genere bianca. Si prendeva la stessa e la si arrotolava. Poi si piegava in due, e con un pezzo di filo si costruiva il viso. Quindi si prendeva un pezzo di tela più sottile, si arrotolava anche quello e si faceva il petto, e con un altro pezzo, divaricandolo, le gambe e poi si facevano le braccia, che venivano cucite al tronco. E poi si segnavano con il filo due puntini neri sul viso per fare gli occhi, e si disegnavano le ciglia, e con un pezzetto di filo rosso si faceva la bocca, e basta. Ma nonna Laura faceva la testa in modo diverso. La faceva sempre con la tela bianca e faceva con il filo gli occhi, ma poi stringeva un po’ la stoffa per fare il naso, e poi faceva belle labbra rosse. E quindi creava anche il collo, e dal collo faceva salire alla testa un pezzo di calza vecchia e vi attaccava dei pezzi di lana disfatta, che restava un po’ arricciata, e così faceva i capelli, che intrecciava formando due treccine che chiudeva in fondo con dei nastrini.
I maschi, invece, avevano giochi diversi, e quando le zucche erano mature, le svuotavano e facevano ‘ le morti’, con un bastone ed una candela, per far paura alle bambine, e ci facevano scappare. E dicevano: “Cumò a rive la muart!”

Allora molti bambini morivano, e tutti mangiavano quello che c’era e si lavavano come potevano.
Quando ero piccola e giovane, morivano nei paesi molti bambini, in genere di patologie intestinali, di indigestioni, insomma a causa di qualcosa che non avevano digerito. E se una mamma non aveva latte, dava al bambino latte di mucca allungato con acqua, e poi incominciava presto con le pappe, come il ‘brut brusat’, fatto con la farina doppio zero. Si faceva rosolare la farina nel burro e la si allungava con il latte, e veniva come una morbida crema.
I bambini mangiavano quello che mangiavano gli adulti, cioè quello che c’era. Noi alla mattina mangiavamo pane e latte, e la domenica caffè e latte, e qualche volta ci davano polenta arrostita sulla brace con il latte freddo, e so che mi piaceva davvero.  Oppure qualche volta facevano il gjûf con il latte. Anche a Sauris mangiavano ‘gjûf’ la mattina, ma non lo facevano come noi. Loro lo facevano con l’acqua, e poi prendevano un po’di ‘roba’ di maiale, la friggevano in un pentolino, facevano un buco in mezzo a quella morbidissima polentina, e buttavano lì quel condimento. Invece a casa mia, nelle altre non lo so, facevano il ‘gjûf’ mettendo a bollire latte e acqua e poi buttando la farina. Una volta cotta la farina nell’acqua e latte, si consumava il ‘gjûf’ con il latte freddo».
Maria Adriana: «Nella famiglia di zio Lino (3) facevano il pane in casa, e mi ricordo che stavano molto attenti a non consumare. E quando mettevano in tavola la salsiccia, il vecchio la divideva in pezzetti più o meno lunghi a seconda dell’età di chi la doveva mangiare, cosicché il più piccolo ne aveva un tocchetto da ‘arriva e non arriva’».
Anna: «E poi mettevano in mezzo alla tavola la terrina del radicchio, e tutti lo prendevano con la forchetta, tanto che mia sorella, che non era abituata così a casa nostra, fece all’inizio fatica ad abituarsi. Noi non avevamo miseria, e quindi non so cosa facessero i più poveri. Cosa vuoi, dalla parte di mia madre non mancava niente, e se a noi fosse mancato qualcosa vi avrebbe provveduto subito mia nonna Anna (4). E Per lavarci usavamo il secchio». 
Maria Adriana: «Zia ci dava un secchio di acqua ciascuno, e ci mandava in quella stanza dove teneva i formaggi. I bambini fino ai sei sette anni, invece, li lavavano in cucina, e se non volevano che entrasse qualcuno, chiudevano la porta, perché i bambini non prendessero freddo. Ed era una cosa che si faceva la sera, o prima di andare a Messa, o quando si tornava dai campi o da qualche gita. E si lavavano in particolare le gambe e le cosce (5)».

Quando non pioveva da tempo noi bambini … E sul cimitero delle bambole.

Anna: «Quando non pioveva mai, quando era ‘secco’, ci si riuniva tutti noi bambini, si prendeva un Cristo, un crocefisso, quello che poi era in casa di zi’ Utta, (6) e si partiva, un po’ parlando, un po’ scherzando, un po’ pregando, e si andava sino al tiglio di Napoleone, lì “del Bianco”, e lì si pregava ancora, finchè non veniva sera. E alla prima giornata seguiva la seconda, e poi la terza. Ed una volta che c’ero anch’ io, non essendo successo niente, dopo la terza sera, siamo andati su, sempre e solo noi bambini con il Cristo, fino lì del ponte di Daudaç. Appena più insù, c’era un Cristo che era stato posto perché lì uno era morto. E un ragazzo ha detto: “Scolte mo’ Signor, prove ce ca vul dî vei cialt, e ce ben ca si sta inta l’aghe! (Ascolta ora Signore, cosa vuol dire aver caldo, e che bene si sta nell’acqua)!”. E ha preso il Crocefisso, e lo ha messo nell’ acqua! Non so però se queste erano iniziative nostre, di bimbi, o se qualcuno ci invitava a fare queste processioni, ma era un’usanza di allora. E mi rammento anche che una volta si andava a Sant’Ilario a Tolmezzo a pregare per la pioggia.
E mi ricordo pure che, bambine, andavamo a seppellire le bambole in cuel di Tesa, e dopo dieci giorni andavamo a vedere se erano ‘vive’. Avevamo il cimitero noi, in cuel di Tesa. E lì c’era una specie di roccia, di piccola grotta, e lì andavamo pure a far da mangiare … Tutti giochi come i grandi, poi.
E per ora basta, perché abbiamo parlato per un pomeriggio intero. Ci sarebbe molto ancora da raccontare, ma chi si ricorda più …».
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Intervista di Laura Matelda Puppini alla maestra Anna Squecco Plozzer, con interventi pure della dott. Maria Adriana Plozzer Puppini, sua madre, 1981 o 1982. Trascrizione da Cd di Laura Matelda Puppini. Trasporto da cassetta registrata a CD: AVF Nimis.
Laura Matelda Puppini.
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(1) Scarpe fatte di stracci e cucite con spago. Per gli stessi cfr. http://www.turismo.it/tradizioni/articolo/art/scarpet-4-cose-da-sapere-sulle-calzature-friulane-di-recupero-id-12362/.
(2) Per questa conta cfr altre versioni in: http://www.filastrocche.it/nostalgici/cont/andande.htm.
(3) Lino Pillinini, detto Lino di Bidìn, marito di Maria Squecco sorella di Anna.
(4) Anna Paronitti, di Tolmezzo, della famiglia detta ‘Giate’, era la madre di Laura e la nonna di Anna e Maria Squecco. Di famiglia benestante, aveva sposato giovanissima Giacomo Zanini, veneto, forse originario di Oderzo, esattore del Regno d’Italia, benestante e poi possidente, da cui aveva avuto molti figli. Alla sua morte, avvenuta improvvisamente, Anna si era trovata in difficoltà a causa di persone che non avevano pagato i debiti contratti con lui, e, dopo aver venduto i beni tolmezzini, si era ritirata nella casa di campagna a Cavazzo Carnico, continuando a curare i possedimenti che aveva ivi.
(5) Non si capisce bene se con il termine ‘cosce’ qui si intenda anche i genitali esterni femminili.
(6) Zi ‘Utta’ era il modo con cui in famiglia si chiamava Maria, la sorella di Anna Squecco. Esso deriva dal diminutivo Mariutta, da cui Utta, per abbreviare. 
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L’immagine che accompagna l’articolo ritrae Laura Zanini e Giobatta Squecco con le figlie Anna e Maria – Archivio casa Plozzer. Proprietà Maria Adriana Plozzer.   Laura Matelda Puppini 

venerdì 15 giugno 2018

Sabato a Bordano ... la notte delle farfalle

Nelle foreste tropicali, durante la notte, arrivano le sorprese:
animali insoliti, suoni misteriosi, odori singolari. Con la torcia e una guida nelle serre della Casa delle Farfalle a Bordano, per esplorare nel buio: qualche brivido e tante sorprese. 
Poi all’esterno, ci si fermerà a osservare e ascoltare storie di insetti autoctoni, con biologi ed entomologi.

Info:
Casa delle Farfalle
Tel. 0432-1636175
www.bordanofarfalle.it 

giovedì 14 giugno 2018

Venerdì a Peonis l'omaggio a Ottavio Bottecchia

A 91 anni dalla morte del leggendario Ottavio Bottecchia, primo vincitore italiano del Tour de France nel 1924 e nel 1925, continuano gli omaggi alla sua memoria. Dopo il recentissimo passaggio del Giro d'Italia sulla strada a lui dedicata, nel tratto che da Cornino va a Peonis e quindi al bivio per Avasinis, il suo mito rivivrà venerdì 15, alle 18, nel corso dell’incontro organizzato a Peonis, di fronte al cippo dedicato al grande ciclista. Si tratta della tradizionale deposizione di un omaggio floreale con i saluti delle autorità promosso dal Comune. La manifestazione, organizzata dai sindaci di Trasaghis Augusto Picco e di Colle Umberto (paese natale di Bottecchia) Edoardo Scarpis e con la collaborazione dell’associazione Chei di Peonis, vedrà la partecipazione di tanti appassionati delle due ruote, della Federazione ciclistica provinciale e della comunità di Peonis che mantiene uno stretto legame con il campione.
All’appuntamento si ricorderà il 15 giugno del 1927, quando Bottecchia morì all’ospedale di Gemona, dove fu ricoverato a causa di una caduta dalla bicicletta capitatagli il 3 giugno precedente nella zona di Peonis, dove il campione era solito allenarsi.
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Sulla fine di Bottecchia, e sulle tante voci insorte ecco un articolo di Gianni Mura uscito  sul "Venerdì di Repubblica" il 22 giugno 2017:


Botescià: morte misteriosa di un ciclista leggendario

Il 3 giugno 1927 Ottavio Bottecchia si svegliò alle  5 del mattino, non della sera, e andò incontro al suo destino come il torero di García Lorca. Era di cattivo umore, disse la nipote Elena, perché la sera prima il fedele gregario e amico Alfonso Piccin (cui aveva regalato una casa) gli aveva detto che non l’avrebbe accompagnato in allenamento il giorno dopo. Doveva andare a trovare la morosa. Quel  3 giugno Bottecchia, cercando compagnia, passò da Cordenons a casa di Riccardo Zille, che stava compilando le buste-paga dei suoi operai. Bottecchia lo allettò con l’idea di un pranzo offerto a Gemona: niente da fare. Ci riprovò ad Arzene con Luigi Maniago, che stava imbiancando la facciata di casa, nemmeno lui poteva salire in bici. 

È solo, Bottecchia. Ed è sulla strada tra Cornino e Peonis che lo trovano due contadini. Pieno di sangue che esce da orecchie e naso, il grosso naso, ma respira, è ancora vivo. Lo depongono sul tavolone dell’osteria da Bepo, dove si lavora il maiale, chiamano il parroco per l’estrema unzione: e l’ostetrica-infermiera Minina. Su un carro lo portano all’ospedale di Gemona, 12 chilometri sotto il sole. 

Un contadino l’ha visto cadere, rialzarsi e camminare barcollando, la bici per mano, e poi buttarsi a terra in un prato. Fratture craniche e della clavicola destra, dicono all’ospedale. Bottecchia è in coma, alla moglie ripete la stessa parola (malore) che aveva detto sul carro, all’ostetrica. Questo avvalora la tesi dell’incidente. Muore il 15 giugno
. Suo fratello Giovanni era morto, investito da un’auto, il 22 maggio. L’auto, con autista, apparteneva a Franco Marinotti, pezzo grosso del Fascio, testimone di nozze di Mussolini, fondatore della Snia Viscosa. Ottavio era andato da lui a discutere sul risarcimento. Marinotti aveva offerto 100 mila lire, Bottecchia le aveva rifiutate, pare anche insultandolo. Cosa che un ex povero, anche se proprietario di una limousine che a Pordenone solo i conti Porcia potevano sfoggiare, non doveva permettersi. Di qui l’ipotesi,  sostenuta in due libri da Enrico Spitaleri: pestaggio punitivo da parte di una squadra fascista, al crocicchio di Cornino, e il resto, la caduta a Peonis, dipende dalle bastonate prese. La frattura della clavicola ci sta, è un classico nelle cadute dei ciclisti, quella della base cranica insospettisce. Non c’era tanto caldo, prima delle 10, per giustificare un’insolazione, né la strada militare consentiva alte velocità. Quindi, caduta rovinosa ma bici senza un graffio. 

Da allora, su questa morte, mille congetture. Ucciso  da un contadino cui stava rubando l’uva (in giugno?). No, le ciliege. No, i fichi. Ucciso da un marito geloso. Ucciso da uno spasimante della moglie. Nessuna di queste sta in piedi. Aggiungiamo la confessione in articulo mortis a New York di un killer sardo della mafia e la vendetta del racket delle scommesse per uno sgarro fatto ad Anversa. Ma, se ci fu violenza, perché Bottecchia non ne parlò a nessuno? Per i soldi, gli schei, il vero motivo per cui correva e faticava. «Non corro per la patria, che ho servito sul Piave, né per gli applausi, ma per gli schei. Voglio che la mia famiglia esca dalla miseria». L’assicurazione sulla vita (500 mila lire dell’epoca, un tesoro) era valida per un incidente sul lavoro, non per una rissa. Bocca chiusa, quindi. Lui fino alla morte e Caterina, la moglie, negli anni a venire. 

Ottavo di otto figli, padre ortolano e carrettiere, Bottecchia in guerra aveva respirato gas tossici e contratto la malaria. Fatto prigioniero tre volte dagli austriaci, tre volte era riuscito a scappare. Medaglia di bronzo al valore. Non c’erano gerarchi fascisti ai suoi funerali e, cosa molto strana, non c’erano Girardengo, Binda, Aimo, Belloni, i più forti ciclisti italiani, mentre da Parigi erano arrivati i fratelli Pélissier, altri dal Belgio a rendergli omaggio. Per i nostri, forse, era un morto scomodo. 

Sono grato a Claudio Gregori perché Il corno di Orlando, che si legge come un romanzo, mi consente di ricordare una delle figure più controverse e misteriose del nostro ciclismo. Claudio, compagno di tante strade dietro alle bici, è un prodigioso incrocio tra un rabdomante e un topo d’archivio. Il topo, d’ispirata scrittura, fa rivivere i due Tour vinti da Bottecchia, primo italiano a  indossare la maglia gialla. Che non esisteva nell’unico giorno in cui Borgarello e Micheletto si ritrovarono, prima di lui, in testa alla classifica. Li fa rivivere tappa per tappa, ordine d’arrivo per ordine d’arrivo. Il ciclofilo gode. E il rabdomante sa che ogni storia ne contiene altre, come una scatola cinese. I due Tour persi, Hemingway, Rommel,  Vittorio Pozzo che va a tifare sulle salite, l’ingegner Gadda, Edoardo Agnelli, Italo Balbo, Ungaretti, Malaparte, Carnera, Giolitti, Meazza, Matteotti. Ma non voglio togliere al lettore il piacere di incontrarli lungo le 500 e più pagine di un libro che è il più affascinante e completo di tutti quelli scritti su Bottecchia. E giustifica totalmente il titolo, che rimanda alla chanson de geste. È sui Pirenei, come Orlando, che Bottecchia conquista la gloria e patisce il tradimento. Ma, soprattutto, è il ciclismo, “quel” ciclismo che evoca la chanson de geste. Nell’epica quotidiana e nel linguaggio dei giornali. Una chicca il titolo della Gazzetta: «Per la guerra hip hip hurrà!». 

Henri Desgrange, corridore in gioventù con relativo record dell’ora, dirige il Tour come fosse un avamposto della Legione Straniera. I ciclisti lo chiamano “la Scimmia”. La fatica è disumana. Tappe di 480 chilometri, partenza alle 2 di notte. Vietato ricevere assistenza meccanica, vietato parlare con l’ammiraglia, chi ce l’ha, perché la maggioranza è composta dagli isolati, come il pavese Rossignoli, primo Tour nel 1904 e ultimo nel 1927 (a 45 anni). Vietato togliere o aggiungere indumenti rispetto a quando si è partiti: per un controllo della giuria, a questo proposito, a Coutances nel ‘24 si ritireranno i Pélissier. Se alle 2 di notte pioveva e faceva freddo, il maglione e l’incerata bisognava tenerli anche sotto il sole. Un corridore fu penalizzato perché, squarciata una gomma, aveva cercato di aggiustarla con ago e filo. Ma con le mani sporche e gelate non riusciva a infilare il filo nella cruna. Lo fece per lui la pietosa merciaia del paese. Guai. Un altro, Ruffoni, fu multato perché aveva accettato una pesca da un tifoso.

Si correva su mulattiere, ogni foratura richiedeva tre minuti, si forava 6/7 volte al giorno, ora per sassi aguzzi ora per chiodi e cocci di vetro seminati da tifosi avversari. Oggi viviamo il ciclismo giocato sui secondi di distacco, allora sui quarti d’ora come minimo. Si affrontavano montagne sconosciute, su bici pesanti che consentivano una media di 12/15 chilometri l’ora. Si ingoiava polvere, letteralmente. Si beveva nelle fontane, ma anche l’acqua sporca dei fossi e, nella traversata delle Lande, il latte di una mucca munta nel prato.

Il primo Tour “Botescià”  lo iniziò in giallo, poi l’Automoto lo sacrificò alla necessità di far vincere un francese, Henri Pélissier. Bottecchia terminò secondo, primo italiano sul podio. Dominò nel ‘24, maglia gialla dal primo all’ultimo giorno, e vinse ancora nel ‘25. Nel ‘26 era meno forte, colpito dalla sfortuna e pugnalato dai suoi stessi compagni di squadra, che attaccavano non appena lo vedevano in difficoltà. Vinse Lucien Buysse, Bottecchia si ritirò sui Pirenei sotto un diluvio, senza udire il corno di Orlando ma solo lo strazio del suo corpo cui troppo aveva chiesto. Da perfetto sconosciuto a campione pieno di schei in pochi anni, ma senza il tempo di goderseli. Un mistero da vivo e da morto.

(Il Venerdì Repubblica, 23 giugno 2017)


mercoledì 13 giugno 2018

Migranti a Tarnep, martedì se ne discute in Consiglio comunale (II)

Il consiglio comunale di Bordano, riunitosi ieri sera per discutere se accogliere l'invito del Prefetto di Udine di aderire allo SPRAR, ottenendo in tal caso una riduzione del numero di migranti da accogliere, ha rinviato ad altra data la discussione  di tale progetto, dopo la richiesta presentata dal consigliere capogruppo di minoranza Valter Stefanutti  all’Ufficio Tecnico dell’UTI per verificare se l’edificio della Terrazza, che dovrebbe accogliere i migranti,  risponde a tutte le norme richieste per l’utilizzo cui dovrebbe essere destinato. In attesa dell’esito della verifica, logicamente slitteranno i tempi delle decisioni.




martedì 12 giugno 2018

Cavazzo, le minoranze favorevoli al concorso per il by-pass del Lago

Le minoranze: servono interventi di tutela per il lago


CAVAZZO CARNICO. Lago di Cavazzo: i due gruppi di minoranza al Comune di Cavazzo Carnico approvano il concorso d’idee della Regione e affermano che il turismo può svilupparsi solo in sintonia con la tutela dell’ambiente. «In accordo con l’indirizzo proposto nel 2014 dalla Quarta commissione del consiglio regionale riguardo uno studio di fattibilità per il bypass sul lago di Cavazzo – hanno detto i capigruppo Rita Lenisa e Danilo Puppini –, recepito nel Piano regionale di tutela delle acque che ha integrato l’indirizzo con la previsione di una fattibilità tecnico-economica allo scopo di recuperare le condizioni di naturalità del lago e con la legge Regionale 3 del 6 febbraio 2018 all’articolo 11, i consiglieri di minoranza del Comune di Cavazzo Carnico approvano la proposta della Regione che ha indetto un concorso di idee, con lo scopo di recuperare le condizioni di naturalità del lago di Cavazzo e di garantirne la fruibilità, in conformità al Piano regionale di tutela delle acque». Le ricerche condotte recentemente dall’Istituto di Scienze marine del Cnr, sostengono i relatori di minoranza, confermerebbero che il fondale «è ridotto a una distesa di fango accumulato con notevoli spessori variabili a seconda della zona di prelievo, naturalmente maggiore dove arriva lo scarico della centrale». Non esistono dunque per la minoranza evidenze sull’equilibrio raggiunto dal lago, come sostenuto dall’amministrazione comunale. 

«Ci sembra doveroso – concludono – nel rispetto delle generazioni future, mettere in atto provvedimenti che siano indirizzati verso la salvaguardia del lago e dell’ambiente circostante, e nello stesso tempo, attraverso una progettualità condivisa con gli altri comuni rivieraschi, rafforzare l’offerta turistica di carattere culturale, naturalistico e di mobilità sostenibile della parte nord del lago, per troppo tempo solo oggetto di strutture produttive e di passaggi di infrastrutture vincolanti».
 

Gino Grillo
(Messaggero Veneto, 10 giugno 2018)

lunedì 11 giugno 2018

Migranti a Tarnep, martedì se ne discute in Consiglio comunale

Profughi a Interneppo: c’è il consiglio


BORDANO. Richiedenti asilo e rifugiati al centro della discussione nella seduta di consiglio comunale, in programma alle 20 di martedì prossimo. Nel corso dell’assemblea, uno dei punti all’ordine del giorno riguarda proprio l’adesione allo Sprar, ovvero la convenzione che la Prefettura propone agli enti locali riguardante la possibile accoglienza di migranti sul loro territorio. Si tratta di un punto che era già stato affrontato dal consiglio durante nel quale sia maggioranza e opposizione avevano espresso la loro contrarietà nella convinzione che quello di Bordano è un paese troppo piccolo e che dunque non ha le possibilità di affrontare questo tipo di esperienza. Tuttavia, dopo che nelle ultime settimane è stato reso noto il prossimo arrivo di dieci migranti nell’ex albergo Alla Terrazza di Interneppo, la popolazione ha espresso molte contrarietà: a ciò sono seguiti incontri con il Prefetto Vittorio Zappalorto che ha accettato di spostare di due settimane l’arrivo di queste persone dando la possibilità all’amministrazione comunale di aderire allo Sprar, una convenzione che potrebbe limitare a sei il numero degli arrivi. Ora, il consiglio è chiamato a esprimere la sua posizione ufficiale ma in questi ultimi giorni la tensione non è calata: «Ci siamo confrontati con le opposizioni – spiega il sindaco Ivana Bellina – e abbiamo convocato un altro incontro con la popolazione, la quale continua a esprimere la sua preoccupazione. Non è un posizione razzista quella dei nostri cittadini, ma è preoccupazione poiché parliamo di un piccolo centro dove non c’è niente, a parte un piccolo negozio di alimentari e non si sa cosa potrebbero fare tutto il giorno queste persone qui. Noi continuiamo a lavorare affinché non si creino delle tensioni e in questi giorni ci siamo confrontati anche con l’assessore regionale Roberti». (p.c.)

(Messaggero Veneto, 9 giugno 2018)

Presidio dei Tarnebans davanti all'albergo che dovrebbe ospitare i migranti



Sul sito del Messaggero Veneto si può vedere il video di una intervista al sindaco di Bordano sul tema migranti:

domenica 10 giugno 2018

Volontari in giallo per "Braulins area pulita"

Come annunciato, si è svolta ieri pomeriggio la manifestazione "Braulins area pulita" proposta dall'Associazione "Noi di Braulins" nell'ambito delle iniziative di "Puliamo il mondo" promosse da Legambiente.
Ecco alcune immagini del significativo pomeriggio, tratte dalla pagina fb della Associazione "Noi di Braulins".




sabato 9 giugno 2018

Avasinis, il riordino fondiario della campagna per ora non si farà

Insediamento agricolo arenato ad Avasinis dopo un iter di 10 anni


Dopo dieci anni di iter, si arena il piano di insediamento produttivo agricolo di Avasinis. Si tratta di un percorso che era iniziato nel 2008, quando l’allora comunità montana del Gemonese, Valcanale e Canal del ferro, l’ente comprensoriale che seguiva le procedure per conto del Comune, aveva ricevuto dalla Regione un contributo di 440 mila euro dopo che l’anno prima era arrivata seconda in graduatoria ma in quell’occasione non vi erano le disponibilità finanziarie che invece l’anno dopo sono state trovate. Si trattava di realizzare un riordino fondiario in un’area di Avasinis in cui sono presenti diversi ettari di terreno agricolo, ma con l’ultimo quesito che il Comune ha presentato ai diversi proprietari il 65% di loro non hanno dato la disponibilità alla vendita: «Purtroppo – spiega il sindaco Augusto Picco – nel corso degli anni le normative sono cambiate e siamo giunti in una condizione in cui, una volta fatto il riordino, era possibile vendere le proprietà solo a imprenditori agricoli perché creassero lavoro potendo contare anche sui finanziamenti che la Regione mette a disposizione per questi progetti. I proprietari hanno preferito mantenere la proprietà e noi abbiamo rispettato il loro volere». Purtroppo, il valore agricolo di un terreno non è molto elevato e così ad Avasinis la gente ha preferito tenersi il terreno piuttosto che guadagnare quei pochi soldi che avrebbe potuto ricevere in cambio: «Va anche detto – spiega il sindaco Picco – che molti proprietari oggi non sono più residenti a Trasaghis e dunque non sempre la procedura è semplice. A questo punto, l’unica cosa che si potrà fare in futuro è un riordino fondiario con il quale si potrà riassegnare ai proprietari degli appezzamenti grandi che semplificano la vita a chi vuole lavorarli oppure affidarli in gestione». (p.c.)

(Messaggero Veneto, 6 giugno 2018)