"Alesso e dintorni", dal puint di Braulins al puint di Avons

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sabato 16 giugno 2018

Fruts a Cjavaç .... agli inizi del Novecento

Laura Matelda Puppini ha pubblicato sul sito "Non solo Carnia" (http://www.nonsolocarnia.info/anna-squecco-plozzer-fruts-a-cjavac-bambini-a-cavazzo-carnico/) la trascrizione di una interessante intervista fatta negli anni '80 alla nonna sulla condizione dell'infanzia nella Cavazzo del primo Novecento.
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Anna Squecco Plozzer. Fruts a Cjavaç. (Bambini a Cavazzo Carnico).



Questa intervista ad Anna Squecco Plozzer è stata fatta, presumibilmente, perché purtroppo, in mille faccende affaccendata, non ho segnato allora la data esatta, nel 1981 o 1982. Era presente anche mia madre, la dott. Maria Adriana Plozzer, e pure lei è intervenuta. Avevo chiesto a mia nonna di raccontarmi come si viveva da bambini a Cavazzo Carnico, ed ella così mi ha narrato.

Come vestivano i bambini un tempo.
«Un tempo fasciavano i neonati. Mettevano il pannolino di tela, e poi prendevano una fascia e li avvolgevano dalla cinta ingiù, e sopra mettevano loro una camicina. Quando erano più grandicelli, vestivano con un grembiule fatto di cotone. Poi mi rammento di aver visto i maschietti con i pantaloncini corti, e con un pezzo di camicia lasciata fuori dietro, dove i pantaloncini erano aperti perché potessero fare i bisogni. Le femminucce, invece, avevano la sottana, ma stavano senza le mutande. E non mettevano magliette di lana sotto, sulla pelle, e mi ricordo che a me ne hanno messe un paio in valigia solo quando sono andata in collegio. Noi si aveva un vestito e un grembiule, i maschi una camicia e i pantaloni … E ai piedi avevamo tutti le ‘dalbide’ (specie di scarpe fatte con il legno) o gli zoccoli, che avevano la suola di legno e la parte superiore in cuoio. Ma si stava caldi, sai, con gli zoccoli!!!
Portavamo anche delle calze fatte in casa, d’inverno di lana e in primavera di cotone, e d’estate si andava anche scalzi o con gli scarpetti (1) ai piedi. E d’inverno tutti i bambini avevano la sciarpa ed il berretto, mentre le bimbe portavano il fazzoletto.  Le donne, per ripararsi dal freddo, usavano gli scialli, mentre ai bimbi venivano messi maglie e maglioni, ed ai maschi più grandicelli forse una giacchetta. E credo che tua bisnonna Laura non abbia mai indossato un cappotto, se non quando è morta! Noi bambine invece, avevamo la camicia, una sottoveste, il vestito ed il grembiule di cotone, ma teneva più il cotone della lana, il fazzoletto ed una sciarpa più o meno larga. 

Tutti i bimbi andavano a scuola, ma facevano anche dei lavoretti.
Tutti i bimbi andavano a scuola, ed anche quelli che facevano fatica ad imparare, frequentavano finchè potevano. Ma aiutavano anche la famiglia. Per esempio non c’era allora l’acqua in casa, ed i bambini più grandicelli prendevano i secchi ed andavano a prenderla alla fontana, e poi la portavano sia in casa sia per abbeverare le mucche. Inoltre i bambini andavano a fare la spesa, scopavano le stanze e lavavano i piatti, a cominciare dai 5- 6 anni. I genitori volevano che si imparasse a fare tutti i lavori domestici. Però quando i bambini imparavano a fare qualcosa, succedeva che poi gli adulti dovessero rifare tutto, ma, piano piano, apprendevano.
Inoltre non avevamo acqua calda corrente, allora, e, per lavare i piatti, compito affidato anche ai bambini, si metteva quella scaldata sullo ‘spolert’ in un catino, ma non poteva essere però troppo calda, perché ci si poteva scottare. E ci davano uno scopettino, e con quello passavamo i piatti, e poi li mettevamo in mucchio sopra l’acquaio, e quindi li passavamo sempre con la stessa acqua ed infine li mettevamo a sgocciolare.
Ed i bambini, quando era tempo di scuola andavano a scuola, ed altrimenti andavano in campagna, ad aiutare a tirar vicino il fieno e andavano ad agosto nel campo a togliere l’erba nel granoturco e nelle patate. Insomma facevano dei lavoretti adatti a loro. E quando era la stagione dei lamponi, andavano a raccoglierli in compagnia degli adulti, ma talvolta erano più di danno che di utile, mentre potevano prendere bacche o fiori per gioco. 
Inoltre noi a Cavazzo avevamo la montagna lontana, e così, già grandicelle, andavamo con i nostri genitori sotto il Piciàt (del Faeit ndr), ed in Forchia, appena tagliato il bosco, a raccogliere mirtilli e lamponi. Invece da San Rocco in poi andavamo a raccogliere nocciole, non noci, perché i noci si trovavano negli orti.
Ed in primavera tutti i bambini, il giovedì che era giornata di libertà dalla scuola, andavano a fare vimini, e poi li spellavano e, dopo tolta la corteccia, li segavano. E questa raccolta era affidata quasi esclusivamente a loro. Ed a San Rocco venivano su artigiani da Osoppo, che li utilizzavano per fare cesti, e i bimbi li vendevano, per comprarsi, con il ricavato, ciambelle o qualcosa di utile. Invece far legna nei grandi boschi era compito degli adulti, e se portavano un bambino con loro non era certo per farlo lavorare, ma per dargli qualche legnetto. Era compito dei bimbi, poi, andare a portare il latte in latteria, od a prenderlo se la famiglia non aveva mucche,

L’ impegno nell’ allevamento dei bachi da seta anche nelle scuole, e l’uccellagione.
In alcune case e nelle scuole, poi, allevavano i bachi da seta. I grandi andavano a tagliare in campagna i rami del gelso e li portavano a casa, e poi i bambini dovevano togliere tutte le more, che ovviamente non erano ancora mature, perché dicevano che non si poteva assolutamente mettere ai bachi un ramo con le more. Inoltre quando i bachi erano piccoli, ed il ramo grande, i bambini rompevano un pezzetto del ramo stesso.
I più grandicelli andavano, poi, anche ad uccellare con gli archetti. Questi erano formati da un ramo di noce, che veniva piegato un poco alla volta, e quindi legavano uno spago facendo un laccio. E facevano in modo che l’uccellino ci andasse sopra, e quindi restasse impigliato con le zampette. Se andassero a caccia di ghiri o costruissero trappole per allodole non lo so, perché eravamo due bambine e non eravamo in contatto con i maschi.

Vita di bimbi.
Questo anche mi ricordo di Cavazzo. Quando il norcino, che andava ad uccidere il maiale, incontrava per strada un bambino, gli diceva per spaventarlo: “Scjampe di corse a cjase, se no i tiri fur il curtiŝ, e i fas svisc… svisc… “E noi via, come fulmini!  Prendevamo una paura! Ma non faceva mica niente a nessuno!
E quando bambini stavano via più del solito, ed i genitori non sapevano dov’erano, li apostrofavano dicendo:«Là che tu seis stat in zingaròn?» E se i bambini cercavano di ascoltare i discorsi dei grandi, dicevano: “Va fur! Ce astu di sta a ascoltâ?”
I bambini rispettavano molto gli adulti, ed era proprio raro che facessero scherzi ad un adulto. Io mi ricordo una volta, che era il primo aprile, ed io e mia sorella abbiamo pensato di andare da Catina dal Muini, e di “ ‘fale lâ in avrîl’ (modo di dire che sta per farle uno scherzo per il primo aprile ndr) “dato che iei a dis che nissun a rive a fale lâ in avrîl. (dato che dice che nessuno riesce a farle uno scherzo per il primo aprile). Ma nou i la fasìn lâ. Ma cemut fasino? (Ma noi le faremo uno scherzo. Ma come?)” E allora mia sorella è andata da Catina e le ha detto: “Catina! Ha dit me mari che vignis vie un moment, ca à bisugne di cjacaravi un pouc! (Catina, mi ha detto mia madre che veniate da noi un attimo, perché ha bisogno di parlarvi”. E Catina: “Orpo, ce ca à? Migo alc di mâl? (Cos’ha? Mica sta male o è successo qualcosa?)” E così Catina è andata da Laura, nostra madre, e le ha chiesto cosa fosse successo. Ma nostra madre le ha risposto che non l’aveva mandata a chiamare. Allora Catina ha capito e ha detto: “Mostras di frutas! A mi la àn fata lôr”.  Naturalmente mia madre, ben si intende, ci ha sgridate perché non si scherza con i vecchi».

In cimitero a pregare e curare le tombe, a scuola ad imparare a cucire.
Anna: «Noi bambini si andava in cimitero, non solo ai Santi, ma anche ogni volta che ci si trovava nei paraggi».
Maria Adriana: «Tutto l’anno si andava in cimitero.  Anche quando ero bambina, si andava, io e Silvia, a riordinare la tomba di nonno Tita, che si trovava nel cimitero vecchio, vicino alla chiesa. Allora i cimiteri si trovavano vicino alle chiese, e, prima o dopo la Messa, si andava a riordinare le tombe».
Anna: «Noi bambini andavamo a Messa da soli, perché prima della Messa c’era la dottrina. E qualcuno poteva arrivare in ritardo, ma in genere erano i maschi: noi femmine avevamo più paura.
Noi bambine imparavamo da piccole a cucire. Intanto quando si andava a scuola c’era, una volta alla settimana, l’ora del cucito. Quando eravamo piccole, in prima elementare, la maestra ci insegnava a fare il legaccio, quando eravamo in seconda, invece, si portava a scuola un pezzo di tela, di lenzuolo grosso, di quelli tessuti a mano, e ci insegnava a fare delle greche e gli alfabeti in diversi modi, ed alla fine si scriveva in fondo, sempre con le lettere a punto in croce: “lavoro eseguito da …”».
Maria Adriana: «Anche quando frequentavo le elementari io c’era l’ora di cucito, e mi ricordo che in terza elementare ho fatto l’esame di cucito, che ho superato a stento, perché non ero brava in disegno e cucito. E la realizzazione della camicia a punto macchina, diritto, ma fatto a mano, in quinta elementare, l’ha terminata tua nonna Anna, perché io non riuscivo a finirla». E aggiunge che era lodevole in italiano, aritmetica, storia, geografia, ma solo sufficiente in cucito.
Anna: «E quando eri piccola tu, Maria, le camicie si facevano con i bottoni sulle spalle, mentre quando andavo a scuola io, si faceva lo sprone, ed in alcune parti si dovevano fare i punti molto piccoli, e se i punti erano troppo lunghi, la maestra ce li faceva disfare, e giù lacrimoni! E poi facevamo camicie lunghe e con le maniche, e non era semplice. E l’orlo in fondo doveva essere perfetto, e se non lo era: disfa e rifai!»

Fra filastrocche, bambole, e “Cumò a rive la muart”.
Poi, alla domanda di Laura, se ci fossero filastrocche particolari che si raccontavano nelle sere d’inverno, Anna dice che c’era solo ‘La conta’, che era una filastrocca senza senso, e la recita: «Santa stricca di piticca, di pitocca, carabulla, asinella, buona vita porachella».  «Era una conta, con cui si giocava, mettendo i piedi in un certo modo, e così si usava fare anche con: “An dan dè, si se male pè, si se male pu, an dan du” (2). Alla fine della conta si riportava i piedi alla posizione iniziale, di corsa. Ma c’erano sicuramente altre filastrocche, solo che non le ricordo. Per quanto riguarda i giochi, giocavamo a “Girotondo”, a “È cotto il pane, sì anche bruciato …”, e si giocava con i sassetti.
Le bambine, poi, giocavano con le bambole, che venivano fatte con la stoffa non nuova, in genere bianca. Si prendeva la stessa e la si arrotolava. Poi si piegava in due, e con un pezzo di filo si costruiva il viso. Quindi si prendeva un pezzo di tela più sottile, si arrotolava anche quello e si faceva il petto, e con un altro pezzo, divaricandolo, le gambe e poi si facevano le braccia, che venivano cucite al tronco. E poi si segnavano con il filo due puntini neri sul viso per fare gli occhi, e si disegnavano le ciglia, e con un pezzetto di filo rosso si faceva la bocca, e basta. Ma nonna Laura faceva la testa in modo diverso. La faceva sempre con la tela bianca e faceva con il filo gli occhi, ma poi stringeva un po’ la stoffa per fare il naso, e poi faceva belle labbra rosse. E quindi creava anche il collo, e dal collo faceva salire alla testa un pezzo di calza vecchia e vi attaccava dei pezzi di lana disfatta, che restava un po’ arricciata, e così faceva i capelli, che intrecciava formando due treccine che chiudeva in fondo con dei nastrini.
I maschi, invece, avevano giochi diversi, e quando le zucche erano mature, le svuotavano e facevano ‘ le morti’, con un bastone ed una candela, per far paura alle bambine, e ci facevano scappare. E dicevano: “Cumò a rive la muart!”

Allora molti bambini morivano, e tutti mangiavano quello che c’era e si lavavano come potevano.
Quando ero piccola e giovane, morivano nei paesi molti bambini, in genere di patologie intestinali, di indigestioni, insomma a causa di qualcosa che non avevano digerito. E se una mamma non aveva latte, dava al bambino latte di mucca allungato con acqua, e poi incominciava presto con le pappe, come il ‘brut brusat’, fatto con la farina doppio zero. Si faceva rosolare la farina nel burro e la si allungava con il latte, e veniva come una morbida crema.
I bambini mangiavano quello che mangiavano gli adulti, cioè quello che c’era. Noi alla mattina mangiavamo pane e latte, e la domenica caffè e latte, e qualche volta ci davano polenta arrostita sulla brace con il latte freddo, e so che mi piaceva davvero.  Oppure qualche volta facevano il gjûf con il latte. Anche a Sauris mangiavano ‘gjûf’ la mattina, ma non lo facevano come noi. Loro lo facevano con l’acqua, e poi prendevano un po’di ‘roba’ di maiale, la friggevano in un pentolino, facevano un buco in mezzo a quella morbidissima polentina, e buttavano lì quel condimento. Invece a casa mia, nelle altre non lo so, facevano il ‘gjûf’ mettendo a bollire latte e acqua e poi buttando la farina. Una volta cotta la farina nell’acqua e latte, si consumava il ‘gjûf’ con il latte freddo».
Maria Adriana: «Nella famiglia di zio Lino (3) facevano il pane in casa, e mi ricordo che stavano molto attenti a non consumare. E quando mettevano in tavola la salsiccia, il vecchio la divideva in pezzetti più o meno lunghi a seconda dell’età di chi la doveva mangiare, cosicché il più piccolo ne aveva un tocchetto da ‘arriva e non arriva’».
Anna: «E poi mettevano in mezzo alla tavola la terrina del radicchio, e tutti lo prendevano con la forchetta, tanto che mia sorella, che non era abituata così a casa nostra, fece all’inizio fatica ad abituarsi. Noi non avevamo miseria, e quindi non so cosa facessero i più poveri. Cosa vuoi, dalla parte di mia madre non mancava niente, e se a noi fosse mancato qualcosa vi avrebbe provveduto subito mia nonna Anna (4). E Per lavarci usavamo il secchio». 
Maria Adriana: «Zia ci dava un secchio di acqua ciascuno, e ci mandava in quella stanza dove teneva i formaggi. I bambini fino ai sei sette anni, invece, li lavavano in cucina, e se non volevano che entrasse qualcuno, chiudevano la porta, perché i bambini non prendessero freddo. Ed era una cosa che si faceva la sera, o prima di andare a Messa, o quando si tornava dai campi o da qualche gita. E si lavavano in particolare le gambe e le cosce (5)».

Quando non pioveva da tempo noi bambini … E sul cimitero delle bambole.

Anna: «Quando non pioveva mai, quando era ‘secco’, ci si riuniva tutti noi bambini, si prendeva un Cristo, un crocefisso, quello che poi era in casa di zi’ Utta, (6) e si partiva, un po’ parlando, un po’ scherzando, un po’ pregando, e si andava sino al tiglio di Napoleone, lì “del Bianco”, e lì si pregava ancora, finchè non veniva sera. E alla prima giornata seguiva la seconda, e poi la terza. Ed una volta che c’ero anch’ io, non essendo successo niente, dopo la terza sera, siamo andati su, sempre e solo noi bambini con il Cristo, fino lì del ponte di Daudaç. Appena più insù, c’era un Cristo che era stato posto perché lì uno era morto. E un ragazzo ha detto: “Scolte mo’ Signor, prove ce ca vul dî vei cialt, e ce ben ca si sta inta l’aghe! (Ascolta ora Signore, cosa vuol dire aver caldo, e che bene si sta nell’acqua)!”. E ha preso il Crocefisso, e lo ha messo nell’ acqua! Non so però se queste erano iniziative nostre, di bimbi, o se qualcuno ci invitava a fare queste processioni, ma era un’usanza di allora. E mi rammento anche che una volta si andava a Sant’Ilario a Tolmezzo a pregare per la pioggia.
E mi ricordo pure che, bambine, andavamo a seppellire le bambole in cuel di Tesa, e dopo dieci giorni andavamo a vedere se erano ‘vive’. Avevamo il cimitero noi, in cuel di Tesa. E lì c’era una specie di roccia, di piccola grotta, e lì andavamo pure a far da mangiare … Tutti giochi come i grandi, poi.
E per ora basta, perché abbiamo parlato per un pomeriggio intero. Ci sarebbe molto ancora da raccontare, ma chi si ricorda più …».
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Intervista di Laura Matelda Puppini alla maestra Anna Squecco Plozzer, con interventi pure della dott. Maria Adriana Plozzer Puppini, sua madre, 1981 o 1982. Trascrizione da Cd di Laura Matelda Puppini. Trasporto da cassetta registrata a CD: AVF Nimis.
Laura Matelda Puppini.
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(1) Scarpe fatte di stracci e cucite con spago. Per gli stessi cfr. http://www.turismo.it/tradizioni/articolo/art/scarpet-4-cose-da-sapere-sulle-calzature-friulane-di-recupero-id-12362/.
(2) Per questa conta cfr altre versioni in: http://www.filastrocche.it/nostalgici/cont/andande.htm.
(3) Lino Pillinini, detto Lino di Bidìn, marito di Maria Squecco sorella di Anna.
(4) Anna Paronitti, di Tolmezzo, della famiglia detta ‘Giate’, era la madre di Laura e la nonna di Anna e Maria Squecco. Di famiglia benestante, aveva sposato giovanissima Giacomo Zanini, veneto, forse originario di Oderzo, esattore del Regno d’Italia, benestante e poi possidente, da cui aveva avuto molti figli. Alla sua morte, avvenuta improvvisamente, Anna si era trovata in difficoltà a causa di persone che non avevano pagato i debiti contratti con lui, e, dopo aver venduto i beni tolmezzini, si era ritirata nella casa di campagna a Cavazzo Carnico, continuando a curare i possedimenti che aveva ivi.
(5) Non si capisce bene se con il termine ‘cosce’ qui si intenda anche i genitali esterni femminili.
(6) Zi ‘Utta’ era il modo con cui in famiglia si chiamava Maria, la sorella di Anna Squecco. Esso deriva dal diminutivo Mariutta, da cui Utta, per abbreviare. 
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L’immagine che accompagna l’articolo ritrae Laura Zanini e Giobatta Squecco con le figlie Anna e Maria – Archivio casa Plozzer. Proprietà Maria Adriana Plozzer.   Laura Matelda Puppini 

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