"Alesso e dintorni", dal puint di Braulins al puint di Avons

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venerdì 21 giugno 2019

Libri in latteria: stasera ad Alesso "La guerra di Lia"

Stasera ad Alesso, nei suggestivi locali dell'ex latteria, alle 20, presentazione del libro di Silva Ganzitti "La guerra di Lia" (ed. Solfanelli).
L'iniziativa è patrocinata dal Comune di Trasaghis nonché dalla Latteria stessa.
L'ingresso è libero; al termine un momento conviviale.



Ecco una sintesi dei contenuti del libro:

Buja, 1940-1945. È il racconto di Lia, figlia sedicenne di Bartolo e Tina. La collina del Belvedere è il punto privilegiato delle sue riflessioni, nell'intrico di cespugli e nel fitto degli alberi - testimoni privilegiati dei passaggi notturni - e nelle sue visioni del Nord, dove le montagne sono le fortezze della Resistenza. Dell'arrivo della guerra non ci si accorge subito. È un lento srotolarsi di cambiamenti in peggio, con la miseria che sale e abbruttisce musi e animi. La campagna inaridita fatica a restituire frutti in cambio di sudore e il paese sembra sprofondare in un silenzio vischioso, cupo, dove poche voci impartiscono ordini in una lingua straniera. Bartolo non sa cosa pensare, di chi fidarsi. Difendere la famiglia e la terra è il suo primo pensiero, eppure comprende che sotto quel vuoto di parole c'è qualcosa che brulica. Dapprima incerte, le sue domande lo aiutano a raccapezzarsi su quello che gli sta accadendo intorno: è uno scenario inquietante, nel quale Buja è solo uno dei tanti luoghi attraversati da cavalli cosacchi e dai loro carriaggi.


venerdì 10 aprile 2015

Sabato a Venzone il libro fotografico sul Friuli terremotato

L’archivio nazionale racconta per immagini la resurrezione friulana


Sabato, in municipio a Venzone, l’Associazione Comuni terremotati e sindaci della ricostruzione del Friuli e l’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione del Ministero dei Beni culturali presenteranno “La memoria di un evento” (343 pagine, 48 euro). Si tratta della monumentale raccolta di documentazione fotografica sui giorni del sisma del 6 maggio 1976 per la prima volta offerta dagli archivi dell’istituto centrale e realizzata dal Gabinetto fotografico nazionale. Alle 9.30 si terrà l’incontro dei sindaci dei 137 comuni terremotati con la presidente del Friuli Vg, Debora Serracchiani; alle 11 sarà presentato il catalogo. Interverranno il sindaco di Venzone Fabio Di Bernardo, il presidente onorario dei sindaci del terremoto Franceschino Barazzutti, il giornalista Paolo Medeossi, il direttore dell’Istituto per la catalogazione Laura Moro, la presidente Serracchiani e l’allora commissario straordinario del Governo, Giuseppe Zamberletti. Nel catalogo Paolo Medeossi firma uno dei capitoli piú emozionanti e coinvolgenti del quale pubblichiamo una sintesi.
(Messaggero Veneto, 8 aprile 2015)
di PAOLO MEDEOSSI
Il velo che copriva la dimensione della catastrofe venne tolto all’alba del 7 maggio. Soltanto le prime luci potevano fornire il quadro definitivo di ciò che in quella notte di terrore, di grida solitarie nel buio, di fervore coraggioso, di collegamenti precari, si era intuito a fatica viaggiando come automi nel nostro piccolo mondo devastato e ferito. Un’impressione spietata e forte, nella convinzione che nulla poteva piú essere come prima. Pochi secondi erano bastati ad aprire sotto i piedi una voragine da medioevo, riportando il Friuli in una condizione remota e disperata. L’elicottero pilotato dal tenente Vincenzo De Carlo della Guardia di finanza di Varese si era alzato dalla base di Campoformido alle 8.46 di domenica 9 maggio, una mattina livida di pioggia dopo giorni di sole bruciante. Era la prima occasione offerta ai cronisti per osservare dall’alto ciò che la scossa sprigionatasi dalla pancia inquieta del San Simeone aveva provocato. E fu un pellegrinaggio tristissimo per toccare i paesi di una terra che appariva come un enorme cumulo di travi, di sassi, di case vecchie e nuove finite in un frullatore impazzito che le aveva maciullate con la spietatezza del dito che schiaccia una formichina. Dovunque le prime tendopoli con dentro e attorno figure laboriose già al lavoro, senza aspettare che altri si muovessero per dare una mano. (...) Le tende sembravano aver assunto il tipo di ordine e rigore che hanno le case friulane. Le donne e gli uomini, stringendo i denti, avevano voluto ricrearvi, pur nella assoluta precarietà, i sistemi di vita preesistenti, con i bambini pronti a riprendere il filo dei loro giochi mentre i nonni stavano seduti sulle seggioline, quasi a simboleggiare uno spirito di comunità familiare e sociale che doveva resistere all’ennesima prova scaraventata qui dal destino. La terza che il Friuli, dopo aver subíto sulla sua pelle gli orrori della prima e della seconda guerra mondiale, era chiamato ad affrontare nel giro di circa sessant’anni. L’elicottero continuava a volteggiare con rispetto, quasi nascondendosi agli occhi dei terremotati, cercando di celare anche il rumore che provocava nel silenzio di una domenica allucinante, in cui si seppellivano a decine le vittime con riti antichi nella loro sacralità: senza ostentazioni, senza applausi, senza drammi urlati, in quella riservatezza assoluta che fa parte del carattere privato dei friulani. E intanto da lassú il fotografo scattava immagini che sono rimaste nella tragica storia della nostra terra e che sono simili a quelle pubblicate in questo libro. Sono testimonianze fondamentali per far capire come eravamo ridotti e da cosa siamo usciti in una decina d’anni. A tale proposito vanno citate le commosse parole scritte da Padre David Maria Turoldo nel libro “Mia terra, addio” uscito nel 1980: «Ho visto Majano distrutta, Osoppo distrutta, Gemona distrutta, Artegna distrutta, Magnano distrutta, e Carnia distrutta e Venzone e Tarcento e Trasaghis e Montenars e Mels e Buja e Colloredo, una casa dietro l’altra come una impazzita via di croci fatte di travi e di cornicioni; e fieno tra le macerie, e le pannocchie franate insieme ai mattoni, e i letti delle camere squarciate a metà impudicamente esposti; quelle camere che erano per noi tabernacoli di ricordi e di segreti gelosissimi; e il cuore delle nostre case sepolto sotto le montagne di detriti. Sí, questo e altro, e chiese e campanili e castelli e vie di secoli e intreccio di civiltà e ricordi di morti, tutto distrutto, e ora non è che un panorama unico di macerie. Ora è come se girassi con tutti questi calcinacci addosso e con la tunica bianca di polvere». Padre David era uno dei tanti a muoversi stupito, addolorato, impolverato, fra luoghi diventati lande vuote e lunari, con qui e là qualche mozzicone di casa che aveva pazzescamente retto all’urto.  (...)  Le successive (e le precedenti) catastrofi accadute in Italia, naturali e no, confermano che il caso friulano resta un positivo capitolo a sé di rinascita e pertanto va diffuso, fatto conoscere e analizzato. Molto probabilmente è dipeso proprio da quei primi momenti, da come sorsero le tendopoli, da come la gente si organizzò, da come visse l’estate del 1976 fino alle scosse di settembre prima dell’esodo obbligato verso le località di mare, da come fece sentire la sua voce in un’epoca in cui la protesta correva attraverso i comunicati usciti dal ciclostile, da come i sindaci presero in mano la situazione rappresentando il punto decisionale di snodo fra potere politico e comunità. Aspetti nei quali non è estranea una consuetudine atavica dei friulani: la loro diffidenza nei confronti di chi comanda, al quale opporre un anarchismo che si esprime non con il ribellismo, ma con la concretezza nel costruire, nel fare, in una stabilità morale che trova uno dei principali simboli nella casa, totem assoluto che unisce il popolo friulano, sia quello che è rimasto sia quello sparso nel mondo dove lo ha portato l’emigrazione. (...) 
                                                         Risultati immagini per trasaghis + terremoto

domenica 25 gennaio 2015

Venerdì, a Dartigne, incontro con Cristiano e gli altri Campioni (II)

De Marchi, Picco e Andreussi gli atleti dell’anno


ARTEGNA. Auditorium comunale strapieno per la premiazione dell'atleta dell'anno venerdì sera. Non uno, ma tre personaggi dello sport che vivono ad Artegna ed hanno nel cuore il piccolo paese pedemontano: Alessandro De Marchi, Cristiano Picco ed Anna Andreussi. Tre big nelle rispettive discipline, tre lunghi video che il pubblico ha "divorato" con gli occhi.
Perchè il ciclista del team Cannondale, il dominatore della maratona di Venezia sul ciclone, e la pluricampionessa italiana di rally assieme al compagno (nella vita e in auto) Paolo Andreucci non solo sono campioni, ma sono degli esempi da seguire per i giovani.
Per questo il Comune li ha voluti premiare alla vigilia di un'altra stagione chiave per loro.
De Marchi, dopo il numero rosso della combattività al Tour 2014, la tappa vinta alla Vuelta e la convocazione al Mondiale di Spagna con grande prova annessa, è atteso a riconfermarsi nel grande ciclismo con la nuova maglia della Bmc.
Cristiano, l'atleta disabile che iniziò a correre sulle handbike quasi per caso e che da allora ha raccolto risultati strabilianti continuerà a inseguire il suo sogno: partecipare alla Maratona di New York.
Anna, con il suo Paolo, cercheranno di aggiungere un altro tricolore nel rally.
Tre storie, tanti applausi. Anche al sindaco di Artegna Aldo Daici e all'assessore allo sport Lorenzo Vidoni che hanno fortemente voluto una serata del genere. Di quelle che fanno bene allo sport.

domenica 30 novembre 2014

Si torna a parlare di autodromo friulano. A Bordano venne bocciato.... (II)

Interessante la discussione sull'argomento "autodromo" proposto dal Blog anche sulla pagina fb. La finalità era  "Informarsi e ragionare su quel che è successo e come è stato gestito in passato il territorio  [che] può dare utili indicazioni anche nell'affrontare la realtà ed i problemi contemporanei. Nol baste ma al zove...."
Emi ha anticipato i temi poi approfonditi ieri proprio sul Blog, " ricordando lo slogan "Bertoli go home " e il volantino "Patate o patacche ".
Per Linda "Aghe, eletrodots, servitûts, terens: un tic a la volte a nou furlans nus àn derobâts e tibiâts fin che no sin diventâts un popul debul e demotivât. Probabilmentri o pensìn che piês di cussì no pues lâ. Almancul in chei agns o vevin gnerf e voie di bataiâ. Cumò o sin massepassûts e o tirìn il mani daûr la manarie..."
Al proposito, Remo ha precisato "No ducj" e Querino  aggiunto "Pui che massepassude la int a mi samee "smonade" di dut e di duç".
Di fronte a varie osservazioni di Remo, Elvia, Roberto, Linda ha ribadito:
"Siamo davanti al  tentativo costante nel tempo di toglierci quello che è nostro e di far da padroni sul nostro territorio. Che si tratti di autodromo, acqua, energia o altro, qui da noi i padroni li hanno fatti spesso quelli da fuori. Speriamo solo di avere il piglio deciso di questi tempi e mettere un freno anche le brame di oggi". Correttamente, ha  comunque aggiunto :
"Se poi a Lavariano la comunità locale la pensa diversamente, beh, staremo a vedere...".
Un parere in "controtendenza" quello di Pierpaolo: "con rispetto, ma a guardare i "nostri", meglio quelli che vengono da fuori, a sto punto. Se vogliono metterci i soldi, facciano pure i padroni. Mi auguro che Lavariano o meglio Mortegliano o meglio tutto il Medio Friuli, non perda l'occasione!".

Può essere comunque interessante confrontare le discussioni in atto sul tema a Morteàn-Lavariàn oggi con quel che si diceva in Val del Lago nei primi anni '80:

MORTEGLIANO. C’è chi sogna un circuito con verde attrezzato capace di richiamare quanti oggi sono costretti a riparare in Veneto, ad Adria, o in Croazia, a Fiume. Un riferimento, dunque, anche oltre il Nordest. (MV 23-11-14)

BORDANO. Si deve far sì che le popolazioni locali, spesso emarginate da altre iniziative, trovino beneficio. Il vantaggio è anche quello di stabilire un collegamento tra i residenti e genti di altre regioni e nazioni, creando il pretesto per un rinnovamento culturale e sociale".  (Il Gazzettino, 28-8-80)


MORTEGLIANO. Appello del comitato al Comune: "Blocchi l'autodromo""L'ex pista di volo è un bene collettivo e l'autodromo la snaturerà creando inquinamento e disagi ai paesi contermini. Chiediamo al comune di Mortegliano di revocare ogni atto". Questa la posizione del Comitato "Piste nestre"  (…)«L’autodromo non è una bella idea - ha detto -: consumerà terreno agricolo fertile e irrigato, peraltro già acquistato dalla società, con distruzione della biodiversità sull’intera area, pregiata per i prati stabili. Si produrrebbe inquinamento dell’aria, tale da disturbare la vita quotidiana, con rumore ed emissioni cancerogene. La cementificazione causerà degrado del paesaggio e svalutazione degli immobili nei vicini abitati. Da aggiungere l’inquinamento da traffico: si prevede un passaggio continuo lungo le strade dei paesi di oltre otto auto al minuto se ci sono gare, o undici all’ora tutti i giorni, con 50 mila frequentatori all’anno, 150 al giorno, un parcheggio interno di 1.380 auto. Evidente il peggioramento della sicurezza dei cittadini». (MV 19.11.14)

BORDANO.. I sottoscritti cittadini del Comune di Bordano (…) affermano innanzitutto la sovranità della popolazione a decidere che cosa si debba o non si debba fare sul proprio territorio (e) dichiarano la loro contrarietà alla realizzazione dell'autodromo, opera assurda, simbolo di spreco in un periodo di gravi difficoltà economiche per il Paese, per la Regione, per la gente di Bordano e dell'area terremotata impegnata nella ricostruzione. (petizione 11-4-81)

MORTEGLIANO. Lavarsi le mani, come Ponzio Pilato, sul caso della super pista di Lavariano? Assolutamente no. Alberto Comand, sindaco di Mortegliano, replica seccamente ai detrattori: «E’ giusto che la decisione sull’autodromo la prendano i residenti e, se questi decideranno per il sì, allora noi faremo la nostra parte – dichiara –. Qui sarebbe sbagliato imporre decisioni dall’alto, il referendum è la massima espressione della democrazia».
 (MV 22-11-14)

BORDANO. Non bastano per salvare la faccia e l'anima i timidi balbettii pronunciati nella riunione in Provincia, perché potrebbero richiamare alla memoria di certuni Ponzio Pilato od avere il significato di un avallo" (Volantino  29-12-81)
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A Bordano non s'è dunque fatto nulla.  Analogamente, nemmeno tra Artegna e  Buja né tra Amaro e Venzone.  Vedremo se a Morteàn i tempi, le condizioni e le finalità saranno diverse.


sabato 29 novembre 2014

Si torna a parlare di autodromo friulano. A Bordano venne bocciato....

E' di questi giorni la proposta di costruzione di un autodromo nella zona di Mortegliano, utilizzando e riadattando, a Lavariano, una pista risalente agli anni della seconda guerra mondiale.
Si parla di sport, di turismo, di occupazione. Concetti già sentiti anche nell'Alto Friuli ancora nei primi anni '80. Anche alcune delle persone che ripropongono il discorso sono le stesse, a distanza di tanti anni. Si legge per esempio sul MV del 26 novembre: "«Non dovremmo neppure definirlo autodromo – dice Giuliano Gemo, per 32 anni dirigente Coni e con curriculum di tutto rispetto nel settore motoristico –, chiamiamolo palestra per sport all’aperto. Infatti, una struttura modulare come quella che si prevede nell’ex pista di volo si presta a funzioni multiservizio: dall’atletica leggera al ciclismo (quello professionale non può allenarsi sulle piste ciclabili), jogging, tiro con l’arco e tante altre discipline sportive, perfino giochi popolari. Accanto, naturalmente, a prove di collaudo e soprattutto alla scuola di guida sicura».
Tra le tante realtà sportive che ha presieduto e presiede (membro d’onore European motorcycle union, presidente onorario Alpe Adria motociclistica, per 30 anni presidente regionale Fmi), Gemo ricorda di essere stato fondatore di una spa con 24 soci pronta a fare un autodromo. Inizialmente a Bordano, poi a Villesse, Amaro, Buja. Quando si individuò l’ex polveriera di Attimis, pareva cosa fatta. «Ma ci viveva una salamandra rara –spiega Gemo – e tutto andò all’aria». Il ritorno economico? «Ci sarà». E ai proponenti manda a dire di «non trascurare i contatti con la gente. Noi a Bordano perfino ci vestivamo da befane».".
In realtà le cose non andarono tanto pacificamente. La proposta di realizzare un autodromo a Bordano, nella zona delle "Sorgenti", a cavallo tra i territori di Bordano e Trasaghis, venne avanzata nel settembre del 1979 dalla Camera di Commercio e suscitò sin da subito accese discussioni. La posizione delle due amministrazioni comunali  venne riassunta nella famosa definizione  "né pregiudizialmente contraria né incondizionatamente favorevole", mentre un parere nettamente contrario venne espresso da forze politiche e comitati spontanei (si era allora al faticoso avvio della ricostruzione e in tale situazione veniva valutata come stridente l'iniziativa). Vi furono dunque incontri, discussioni, assemblee, dibattiti accesi.
Gli organizzatori dirottarono poi la proposta su altre realtà dell'Alto Friuli: nella zona tra Artegna e Buja  nel 1982 e in quella tra Venzone ed Amaro nel 1992. In entrambe le situazioni le  voci contrarie furono superiori a quelle favorevoli.
Sarà interessante quindi seguire la discussione in atto sulla nuova ipotesi di realizzazione dell'autodromo giù nella piana friulana.


giovedì 19 dicembre 2013

Trasaghis, l'ironia come unica arma. "Fasan di porcelane" cercasi

"Sul territorio del Comune di Trasaghis è stato sorpreso un cacciatore in appostamento con il fucile carico a soli 30 metri dall’autostrada, a Buja un altro soggetto esercitava l’attività venatoria a meno di 50 metri da una strada asfaltata di pubblico transito e a Majano è stata invece sanzionata una persona che esercitava la caccia a 55 metri da un immobile invece dei 100 prescritti".
Così il Messaggero Veneto del 18 dicembre.

E oggi, in copertina, la popolare rubrica dei "Cjastrons" richiama con ironia l'episodio:

A Buie, Trasaghis e Maian i cjaçadôrs a van a sbarâ masse dongje dai paîs. Denunziât un Golden Retriever tornât dal paron cuntun fasan di porcelane in bocje.