"Alesso e dintorni", dal puint di Braulins al puint di Avons

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martedì 25 ottobre 2016

Quando ad Alesso arrivò l'ambasciatore dell'Urss

Una lettera del sig. Carlo Pellegrini pubblicata dal MV rimanda alla memoria un evento degli anni '80, quando addirittura l'ambasciatore in Italia dell'Urss venne ad Alesso a ricordare la figura dei combattenti sovietici nella Resistenza friulana.

L'OMAGGIO La resistenza italiana e i partigiani russi 
Egregio direttore, ho letto e apprezzato i due articoli del 27 settembre e dell'11 ottobre riguardo ai partigiani russi nella Resistenza italiana in relazione alla mostra che si tiene nelle sale del palazzo Di Toppo-Wasserman a Udine. 
Nel visitare la mostra, della quale condivido le motivazioni in quanto un tempo dirigevo la sede locale dell'associazione Italia-Urss, ho rievocato due importanti aspetti. In primo luogo la figura di Danijl Avdeev, sepolto in Friuli all'esterno del cimitero di Clauzetto, ricordata in passato da una delegazione dell'ambasciata dell'Urss e in seguito dal console generale sovietico Pavel Medvedovskij. 
Risultati immagini per Nikolaj LunkovIl secondo ricordo è quello della visita dell'ambasciatore dell'Urss in Italia Nicolaj Lunkov, il 16 novembre 1986 ad Alesso, per presenziare a una grande manifestazione partigiana durante la quale fu scoperto un mosaico a ricordo di tutti i combattenti sovietici caduti nelle fila del Movimento di liberazione in Friuli. Il mosaico è nato da un'idea del console sovietico di Milano Medvedovskij ed è stato realizzato dalla scuola del mosaico di Spilimbergo, sulla base del disegno del pittore Nicola Alexandrovic Bemois, al tempo scenografo del teatro La Scala di Milano. Inizialmente il mosaico doveva essere posto in un sito nel comune di Trasaghis, un gesto significativo in onore di una zona partigiana. Per scelte, che non conosco, ho saputo che in seguito l'opera d'arte approdò nelle sale del comune di Treppo Carnico, dove oggi è ancora possibile ammirarla
Carlo Pellegrini, Udine
(Messaggero Veneto, 24 ottobre 2016)

Dalla lettera traspaiono alcuni elementi di riflessione (le caratteristiche della manifestazione del 1986, la sorte del mosaico...) che potranno, se i lettori vorranno, essere ripresi e approfonditi.

mercoledì 20 gennaio 2016

Avasinis, venerdì il ricordo della ritirata di Russia, a 73 anni di distanza

Risultati immagini per ritirata italiana in russiaIn occasione del 73° anniversario della battaglia di Nikolajewka, l'Associazione "Matteo chef giramondo", col patrocinio del Comune di Trasaghis e la collaborazione di Aviani&Aviani editore, vuole ricordare, assieme al Professor Paolo Strazzolini dell'Università di Udine, il sacrificio di tanti giovani coinvolti nella campagna di Russia.
Verrà infatti presentato il volume "Memorie di Guerra – Rodolfo Hofer 1940-1945", edizione riveduta ed ampliata del libro "Quanti ricordi....Russia 1941-1943" edito da Aviani & Aviani  e curata dallo stesso Strazzolini.
Quelle interminabili e drammatiche giornate verranno rivissute attraverso le memorie di Rodolfo Hofer, allora  impegnato nell’826º Ospedale Militare da Campo aggregato alla Divisione di Fanteria “Pasubio" al seguito del Corpo di Spedizione Italiano in Russia. (C.S.I.R.)

L'appuntamento è ad Avasinis (presso il Centro Servizi), Venerdì 22 gennaio 2016 alle ore 20.45.


venerdì 25 gennaio 2013

I giorni di Nikolajewka. Mesti ricordi anche in Val del Lago (2)


A 70 anni da Nikolajewka: quei 50 soldati che non rividero più il Lago


Anche dai Comuni della Valle del Lago (Bordano, Cavazzo e Trasaghis) furono parecchi i soldati che non tornarono dalla guerra in Russia, un'esperienza tragica che, a settant'anni di distanza, viene ricordata con l'elemento simbolico dell'ultima battaglia, Nicolajewka.
I nomi di quanti rimasero uccisi o dei quali si persero le tracce:

Comune di Cavazzo

Angeli Emilio (classe 1922), Angeli Giovanni (1922), Angeli Primo (1921), Barazzutti Giacinto (1921), Barazzutti Luigi (1922), Bressan Arturo (1910), Danna Giordano (1920), Goi Albino (1920), Michielli Aurelio (1909), Michelli Riccardo (1920), Monai Primo (1917), Piccilin Guerrino (1918), Puppini Lieto (1922), Zanetti Oreste (1920)

Comune di Bordano

Pavon Anedi (1912), Piazza Anedi Oliviero (1919), Picco Francesco (1915), Picco Giuseppe (1922), Picco Libero (1914), Rossi Aristide (1915), Rossi Arturo (1913), Rossi Elio (1922), Rossi Ettore (1922)

Comune di Trasaghis

Collavizza Vittorio (1922), Costantini Francesco (1921), Costantini Pietro Mario (1920), Cucchiaro Giacomo (1922), De Cecco Fioravante (1921), De Cecco Libero (1921), De Cecco Mirco (1914), Di Doi Attilio (1922), Di Doi Giobatta (1915), Di Santolo Adriano (1920), Feregotto Giuseppe (1914), Feregotto Placido(1914), Franzil Egidio(1912), Franzil Giacomo (1922),Franzil Gino (1922), Franzil Valentino (1921), Del Negro Arturo (1922), Michelini Antonio (1914),Picco Leonardo (1920), Rizzotti Ennio Francesco (1914), Rodaro Giovanni (1914), Stefanutti Placido (1917), Tomat Elio (1922), Tomat Osvaldo (1922), Valent Romeo (1922),Venturini Davide (1922), Venuti Giovanni (1922).

Le ricostruzioni storiche e le testimonianze dei reduci sono concordi nel ricordare la situazione relativamente tranquilla stabilitasi dalla fine di settembre alla metà di dicembre del '42, con l'acquartieramento nella zona del Don e la predisposizione dei ripari per l'inverno. Dal 17-19 dicembre i reparti vennero spostati nella zona di Krinitskaja e Nowo Georgewka, in una serie di duri combattimenti che si svolsero in condizioni tremende di clima e di ambiente. Due dei militari di Alesso risultano dispersi già in questo primo periodo. Ricordava il cavazzino Carlo Angeli: "dal 17 di dicembre nus an spostâts di lì ch'j erin lozâts e puartâts lì ch'a erin i combatiments, e lì «morti a non finire», zà di prin che i rus a sfondàssin il front". Lo stesso Angeli rimase ferito il 30 dicembre, giornata nella quale perirono altri quattro soldati di Cavazzo: Lieto Puppini, Luigi Barazzutti, Albino Goi e Primo Monai, tutti sepolti attorno a Kolubaja Krinitza.
Il 14 gennaio 1943 l'esercito sovietico riuscì a sfondare le linee tenute da tedeschi e ungheresi, e iniziò l'accerchiamento nella zona di Rossosch. I reparti italiani ebbero inizialmente l'ordine di resistere sulla linea del Don (altri soldati risultarono dispersi tra il 16 e il 17 gennaio).
Dal pomeriggio del 17 gennaio iniziarono le operazioni di ripiegamento, in una marcia dura e faticosa, anche a causa dei feriti e dei congelati che appesantivano i reparti e, soprattutto, della mancanza di viveri. Pietro Franzil raccontava, sulla base di testimonianze raccolte a fine guerra: "In quattro giorni c'è stato un unico cimitero. In poche ore sono morti parecchi… Chi per il freddo, chi per il gelo, chi per la fame. Resisteva solo chi era ben vestito e ben equipaggiato … chi era sul fronte aveva un destino segnato. La gente moriva da sola, rimanevi lì incandìt." Un nuovo, duro combattimento ebbe luogo tra il 19 e il 20 gennaio nella zona di Nowo Postolajewka. Altri attacchi, due giorni dopo, causarono ulteriori gravi perdite all'VIII Alpini. Quelli che non caddero furono catturati e la maggior parte di essi perì nei campi di prigionia sovietici. La maggior parte dei dispersi si ebbe dopo i combattimenti tra il 21 e il 23 gennaio. Nel ricordo di Germano Del Negro di Peonis il travaglio della ritirata: "Si vedevin i rus vignî indavant in patuglia; la dì dopo an tacât in fuarcis, cui cjars armâts. Jo eri un trei compagns, si sin fermâts lì di una femina ch'a nus à preparât una carafa di lat, nus à fat un materas di sflocjs, e vin durmît alì. Tal doman son rivâts i rus: par furtuna ch'j erin suntun bivio, si sin platâts, butâts tun canalon e i cjars son tirâts drets. Sin passâts par Podgornoje e Semei, viers Selenj Jar e Nicolajewka, simprin sot dai bombardaments: lis cjasis si sbregavn, i cuierts di patus si brusavin… A Nicolajewka sin rivâts a buinora e, dopo rivât a mangjâ alc, sin lâts a Gomel. Al ere il prin di fravâr; la dì dopo son rivadis lis tradotis ch'a nus an cjapâts su".
Dopo l'ultima battaglia, quella di Nicolajewka, per i superstiti si potè dare avvio alle operazioni di rimpatrio, a partire dal primo febbraio.
Per decine di anni l'esperienza della spedizione italiana in Russia è rimasta come uno spartiacque doloroso nell'interno di tante famiglie: pesava soprattutto la mancanza di notizie precise sulla sorte di tanti soldati.
Negli ultimi anni, con l'apertura degli archivi sovietici, si è ottenuto qualche elemento in più. Per quanto riguarda le vicende dei soldati partiti dalla Val del lago, si è saputo per esempio che Egidio Franzil, dato per disperso, era morto il 20 gennaio 1943; che Elio Pietro Tomat era stato catturato prigioniero dalle forze armate russe, internato nell'ospedale n. 2074 di Piniug, nella regione di Kirov, e là era deceduto il 22 marzo 1943; che Romeo Valent era morto nel gulag di Pignuki nel giugno del '43; che Valentino Franzil era deceduto in prigionia nella zona di Nowo Georgewska il 13 luglio 1943.
I resti mortali di Primo Monai e Albino Goi, individuati in un cimitero russo grazie alle ricerche di Onorcaduti, poterono invece essere riportati in Italia e tumulati a Cavazzo nel 1991.
Per tutti questi ragazzi, indistintamente, a settanta anni di distanza, il ricordo e la pietà.
                                   Pieri Stefanutti



(Dal Blog del Centro di Documentazione sul Territorio: http://blog.libero.it/centrodocalesso/view.php?nocache=1359039544 )

giovedì 24 gennaio 2013

I giorni di Nikolajewka. Mesti ricordi anche in val del Lago


Scrive Anna di Alesso su facebook: " Alcuni anni fa ho fatto una promessa a mia nonna. Quella di non dimenticare. 21/22 gennaio 1943 è la presunta data di morte del suo giovane fratello diciannovenne disperso in Russia. Mi raccontava spesso di quando finita la guerra, con suo padre, si recava alla stazione di Gemona e lo aspettava...come tante madri, sorelle hanno aspettato quei figli e fratelli che non sono mai tornati. . Permettetemi solo di ricordarli come penso sia doveroso. ".
Settant'anni fa si chiudeva infatti, con la battaglia di Nikolajewka, la tragica esperienza del corpo di spedizione italiano in Russia. Numerosi anche i soldati che, partiti dalla Valle del Lago, non fecero ritorno ai propri paesi: 27 dal Comune di Trasaghis, 9 da Bordano, 14 da Cavazzo.

Riproponiamo una poesia scritta da Zuan Cucchiaro e dedicata proprio a quella località russa, dove viene sottolineato soprattutto l'insensatezza di quella spedizione.

Nicolajewka

Vincj agns j vevis 
e forsit nancja, 
ma tanta voja di vivi.
E sui mûrs dal paîs 
"Anin varìn fotuna", 
j vevis scrit.
Se chê a è stada furtuna …
E la supierbia, messadada 
cu la ignoranza e la presunzion 
dai caporions fin lassù a us an mandâts.
A f a ce, po'?
E cuant che lôr a vegnivin indevant, 
di bessoi a us an lassâts, 
a tegnî dûr 
cui scarpons di carton 
e la mantelina ch'a parava 
si e no l'aria dal Palâr.
Joi mâri, ce tant frêt!
E cajù chê mâri 
a gemi e a spietâ 
e spietâ 
e spietâ….

(Zuan Cucchiaro)


Alcuni elementi per ricostruire il contesto di quelle giornate:

Fu, quella di Nikolajewka, una vittoria tragica, per l’altissimo tributo di vite («un offertorio», la definì Bepi De Marzi, direttore de I Crodaioli e autore de Le voci di Nikolejewka), e una vittoria atipica. Armamenti e strategie contarono poco: di fatto fu la vita a prevalere sulla morte. Vinsero la voglia di tornare a casa, e la rabbia, che già non era più contro il nemico, che aveva difeso i campi e le isbe della Santa Madre Russia invasa. L’ostilità cominciò di lì a orientarsi contro i comandi fascisti e contro l’alleato nazista. «Che Iddio maledica chi ci ha tradito, lasciandoci sul Don e poi è fuggito», recita il testo di Pietà l’è morta, di Nuto Revelli, ufficiale della Tridentina e poi partigiano. Ma l’elaborazione umana e politica, la lezione antifascista, se vogliamo, seguirono; a Nikolajewka scattò l’istinto di conservazione. I fatti sono noti: un contingente dell’Armata Rossa, dotato di armi pesanti e affiancato da truppe partigiane, attese la colonna italiana in ritirata in un trincerone formato dal terrapieno della ferrovia. L’apertura di un varco attraverso il quale far defluire i superstiti riuscì alla brigata alpina Tridentina, guidata dal generale Luigi Reverberi. «Alla testa di un manipolo di animosi, balza su un carro armato e si lancia leoninamente, nella furia della rabbiosa reazione nemica, sull'ostacolo, incitando con la voce e il gesto la colonna che, elettrizzata dall’esempio eroico, lo segue entusiasticamente a valanga coronando con una fulgida vittoria il successo della giornata ed il felice compimento del movimento», dice la motivazione della medaglia d’oro che gli verrà conferita. «Esempio luminoso di generosa offerta, eletta coscienza di capo, eroico valore di soldato». Al netto della retorica patriottica rimangono i numeri: il 16 gennaio 1943, inizio della ritirata, il Corpo d’Armata Alpino contava 61 mila uomini. Dopo Nikolajewka si contarono 13.420 uomini usciti dalla sacca, più 7.500 feriti o congelati. Circa 40.000 rimasero indietro, morti, dispersi o catturati. Migliaia furono presi prigionieri e radunati dai sovietici in vari campi, dai quali pochi torneranno. Si coprì l’orrore del macello con il sudario del valore.
(estratto da : Luciano Santin, Inferno di neve, Tridentina all’assalto di Nikolajewka, "Messaggero Veneto", 16 gennaio 2013)